Avventure di un piccolo gnomo

Il filo abbandonato – Lo gnomo vagabondo – Un inconsapevole progresso

Il filo abbandonato

…Un tepore ovattato invadeva la stanza. Un calore accogliente invitava ad entrare. La penna giaceva lì accanto al suo quaderno. La vecchia pendola iniziò a battere le ore. Aveva un suono insolitamente dolce. Dopo pochi rintocchi come al solito iniziarono a suonare anche le ore dal vecchio campanile vicino. Si davano, gli orologi, botta e risposta, erano perfettamente accordati, ogni giorno le stesse sensazioni, lo stesso dialogo ormai familiare. Per parecchi secondi questa dolce melodia riempì il vuoto della stanza, poi di nuovo silenzio, solo il discreto battere dei secondi nella vecchia pendola. Ormai non li sentiva più, facevano parte di lei, tanto che se per caso la pendola si fosse guastata, allora sì che avrebbe sentito la mancanza di quel suono amichevole. … che fatica riprendere il filo. Giaceva lì confusamente abbandonato, eppure ben evidente. Giaceva come un gomitolo sfatto, un filo inerme momentaneamente inutile. Ma cosa mancava per renderlo vitale? Utile. Lui c’era, e allora? Cosa occorreva per ricomporre quel gomitolo? Occorreva semplicemente la forza di riavvolgerlo e per fare questo solo un po’ d’energia. Sembrava una merce così rara ultimamente! Cominciò ad osservare la sua penna con la speranza di trovare un piccolo impulso. Le sue mani fremevano, iniziò a stropicciarle nervosamente. Si impose di non tormentare quella povera penna, che colpa ne aveva lei se mancava l’energia necessaria. Si appoggiò allo schienale della sua sedia, socchiuse gli occhi, ogni tanto guardava la penna. Chissà forse sperava che potesse venire in suo aiuto.

– Ehi ragazza svegliati! Martina, sei sorda, mi senti? Che vizio maledetto quello di lasciarmi in bilico. Sto cadendo!!! Arriverà il giorno in cui ti deciderai ad arrivare al punto. Tutte le volte la stessa storia, le frasi sempre piantate a metà e io quà in bilico col rischio di andare a finire chissà dove. Ti vuoi svegliare a no? Si, figurati se mi sente, manca poco che si metta a russare, guardala lì, con quel viso sognante, a grulla, svegliati! L’unico modo per sopravvivere è fare tutto da soli!-

Fece un grosso sospiro, scrollò le spalle, bè per chiamarle spalle ci voleva proprio tanta fantasia, e iniziò a percorrere faticosamente le parole che componevano l’ultima frase dello scritto. Andava molto lentamente perchè aveva una gran paura di poter finire in qualche abisso, come avrebbe potuto uscirne poi? Non aveva come al solito la più pallida idea di cosa avrebbe potuto fare esattamente, sapeva di far parte della frase, ma da solo si sentiva impotente. Ma qualche cosa doveva fare. Le ultime parole della frase incompleta non erano per niente armoniose e l’ultima parola poi era da brivido, avrebbe potuto condurre chissà dove. Quella parola per lui era proprio agghiacciante. Sentiva quasi un senso di panico quando leggeva la parola…all’improvviso…, ma cosa aveva in testa quella benedetta ragazza. Si guardò attorno, una penna gigantesca giaceva lì accanto. Pensò, se riuscissi ad arrivare lì, forse…E iniziò una scalata estenuante, ma ahimè…scivolosa. Scrutò l’oggetto e si accorse che allontanandosi dalla punta il restante corpo della penna appariva opaco, forse… Si avvicinò nuovamente alla parete e questa volta capì che il suo tentativo non sarebbe stato inutile. Le pareti della penna erano ruvide per cui non sarebbe più scivolato. Con grande gioia arrivò in cima alla penna. Notò che l’apparente rotondità della penna era costituita in realtà da sei pareti distinte, i cui punti d’unione erano notevolmente arrotondati. Provò a camminare, felicemente si accorse che da lassù non sarebbe scivolato. Iniziò a passeggiare avanti e indietro.

– Che babbeo che sono, e adesso che sono arrivato qui, cosa risolvo?-

Da lassù riusciva a vedere tutto il quaderno con l’ultima pagina scritta a metà. Che spaventosa estensione! Era quasi un universo, eppure lui così piccolo era consapevole di farne parte completamente, sapeva di essere parte integrante dell’universo stesso. E allora adesso perchè aveva così paura, perchè si sentiva così piccolo, forse perchè adesso si sentiva escluso, quasi un intruso.

– Devo tornare lì dentro a tutti i costi!-

Abbassò la testa e vide la lunga strada che lo conduceva verso la punta estrema della penna. Si girò indietro, la strada per giungere all’altra estremità era ancora lunga. Vicino a lui c’era un piccolo foro, come una botola che portava alla parte interna della penna. Si accorse che avrebbe potuto penetrarvi dentro. Se qualcuno avesse potuto vederlo indubbiamente si sarebbe messo a ridere. Era incredibilmente buffo. Il suo corpo era costituito da un punto interrogativo, la parte inferiore estrema, quella che era separata dal punto, era unita ad una doppia vu , le braccia erano costituite da due virgole con il punto di partenza in alto. Ricordava tanto il personaggio di Braccio di Ferro. Dalla parte inferiore delle braccia partivano due specie di tasche costituite da due pi rovesciate. Nell’incavo delle pi c’erano due sacchetti che contenevano due piccoli gomitolini di filo. La parte terminale del punto interrogativo restava staccata da tutto il corpo e quando lui si muoveva facendo avanzare una dopo l’altra le parti inferiori delle gambe, cioè della doppia vu questo punto solitario rimbalzava in avanti andando spesso a scontrarsi con la parte centrale superiore della doppia vu. Questo inconveniente provocava nel nostro omino un certo nervosismo e questo unito al fatto che non sapeva proprio come risolvere i suoi problemi ce lo fa apparire proprio fuori dalle grazie di Dio. Era arrabbiato con se stesso e con tutto il mondo. Guardò le lettere impresse che costituivano le singole parole e si sedette pensieroso.

– Voi almeno siete lì, e da lì non vi toglierà più nessuno.-

Le lettere lo guardavano di sottecchi ghignando malignamente. Lì vicino una vecchia gomma consumata che assisteva con fare annoiato alla scena esordì:

– Non crediate di essere al sicuro, basta che io passi sopra di voi per rendervi inutili.-

Le lettere si zittirono all’istante. Una effe maiuscola che era notoriamente una lettera molto profonda e aristocratica disse all’omino:

– Vedi tu hai tanta fretta di tornare lì dentro, ma vedi come può essere precaria la nostra esistenza, basta un colpo di gomma per cancellare tutte noi.-

– Da te non potevo aspettarmi altro, nessuno come te in tutto l’alfabeto si da tante arie da saggio conoscitore dell’esistenza. Lo sai cosa ti dico hai la testa vuota come le altre e per giunta anche più lunga. Sei proprio ristretta come tutte le altre, ognuna di voi crede di essere al centro dell’alfabeto e di essere quindi indispensabile. E questo è vero solo in parte. Voi ve ne state li tranquille e non sapete neanche a cosa servite. Mi fate quasi pena!-

– Ma chi si crede di essere questo! – La effe disse indignata. Fecero eco tutte le lettere sbuffando indispettite. L’omino preoccupato tornò a concentrarsi nei suoi pensieri.

– Ehi ragazza sveglia! Martina! Ma quella è proprio partita. Dorme più di un ghiro.-

Se riuscissi a entrare nella penna forse…

Si avvicinò alla botola aperta che portava all’interno e lentamente vi scivolò dentro. Si ritrovò nell’anima della penna, doveva stare molto attento perchè rischiava di scivolare continuamente, essendo questa parete perfettamente arrotondata. Qui era tutto buio, filtrava appena un sottile spiraglio dalla botola che portava fuori e da laggiù, da quel punto estremo cioè dalla parte più importante della penna, quella parte dove usciva l’inchiostro. Si trovava in una specie di tunnel debolmente illuminato. Una strana apprensione lo colse, come un muto timore reverenziale. Dall’inchiostro della penna uscivano tutte le lettere dell’alfabeto. Pensò alla grande importanza di quell’oggetto. Aveva l’impressione di trovarsi alla fonte della sua esistenza, no, si sbagliava, mancava qualche cosa, quella penna era solo il tramite. La penna era un ponte, era un collegamento. La vera fonte era costituita dall’energia che muoveva quello strumento. La vera fonte era la ragazza. Forse! E lui allora che cos’era, non lo sapeva più, aveva paura di essere inutile. No, anche lui era un tramite. Pensò alla stupidità delle lettere che da sole non valevano niente e si credevano il centro del mondo, e lui che riusciva a vedere l’armonia creata da tutto l’alfabeto, lui che riusciva a capire tutto non riusciva a darsi delle arie, anzi non sapeva nemmeno più chi era. L’aveva poi mai saputo?

– Eppure devo trovare il modo per dimostrare che sono utile anch’io!-

Uscì di nuovo dalla botola superiore e si guardò attorno, la ragazza dormiva sempre. All’improvviso si accorse di avere le tasche vuote, i suoi gomitolini si erano consumati.

– Sono proprio finito, se non si sveglia quella ragazza io sono proprio finito.-

Riprese a vagare stancamente sul foglio, ormai non aveva più paura neppure dell’abisso. Si sentiva vuoto, sapeva di esistere e di essere utile, ma adesso utile per chi? Quell’omino baldanzoso che ricordava Braccio di Ferro, adesso sembrava un vecchio barbone stanco, anche il suo punto estremo non rimbalzava più, si trascinava stancamente.

Si adagiò vicino all’ultima lettera speranzoso, non poteva fare altro. Restò in attesa.

Si stava cullando nella sua tristezza quando all’improvviso si sentì nuovamente vivo, quasi elettrizzato.Il suo corpo era teso come a ricevere nuovi stimoli, sentì una potente forza di attrazione, si sentiva inesorabilmente calamitato verso la ragazza, quasi come in un vortice. Si sentiva risucchiare da una forza superiore, il suo corpo si assottigliava sempre più. Piano piano aveva l’impressione di perdere le sue fattezze e di diventare quasi lineare, quasi come un filo e poi lentamente il suo colore svaniva. Si sentiva soave, leggero, impalpabile. Aveva perso le sue forme naturali eppure si sentiva ben vivo. Ormai era diventato trasparente. Ora si che si sentiva di nuovo in forma, carico di energia e pronto a rimettersi al lavoro.

La ragazza si era svegliata. Era ora, pensò, ma ormai non era più arrabbiato, non gli importava proprio più niente. Si era accorto di vivere nel pensiero della ragazza, era totalmente in simbiosi con lei.

Iniziò a battere le ore la vecchia pendola di casa, seguita a ruota dal campanile della chiesa. La ragazza si svegliò ai primi rintocchi e si accorse di aver dormito per parecchio.

– Che strano sogno! Sembrava quasi che le lettere scritte volessero svegliarmi! Dovrò tentare di frenare la fantasia.-

Iniziò a rileggere il suo racconto mentre i rintocchi del campanile cessavano di battere.

Lo gnomo vagabondo

– Vieni fuori di lì! –

– No! –

– Esci subito di lì! –

– Non ci penso neanche! –

Il piccolo gnomo buffo stava tentando disperatamente di uscire dal quaderno di Martina, quaderno che lei aveva chiuso e riposto in uno scaffale della grande libreria.

– O vieni subito fuori di lì, o io mi lascerò cadere lungo la copertina e tu andrai a finire dritto a spiaccicarti sul muro. –

– Va bene, va bene, mi arrendo. Ma mi vuoi spiegare lo scopo di tutto questo andare e venire, io sono stufo, sono un punto e quindi devo stare fermo. –

– Tu intanto non sei un punto, ma semmai un punto interrogativo, quindi non illuderti di essere tanto stabile, e poi che c’entra che tu sei un punto, tu fai parte di me e quindi devi seguirmi. Se poi hai tanta voglia di protestare, prenditela con Martina, lo sai che ha di nuovo piantato lo scritto a metà e poi tanto per complicarmi di più la vita ha addirittura chiuso il quaderno. –

Nel mentre il punto estremo dello gnomo si era deciso a fuoriuscire dalle pagine del quaderno.

– Sono stufo di girare. – disse saltellando dietro al piccolo gnomo.

– Senti chi parla, cosa dovrei dire io, addobbato come un Babbo Natale e con un punto brontolone che mi rimbalza dietro al fondoschiena e tutti che ridono alle mie spalle! –

Il piccolo punto ghignava malignamente.

– Di bene in meglio, non solo devo combattere con Martina, ma ora anche con te, che fai parte di… purtroppo. –

Lo gnomo avanzava pericolosamente in bilico sul dorso del quaderno e il piccolo punto rimbalzava con insolita “allegria”, andando a scontrare il fondoschiena dello gnomo.

– Piantala! –

– Cosa vuoi dire? –

– Voglio dire che mi dai sui nervi, se non la pianti chiamo la gomma. –

– Bravo, quella non vede l’ora di cancellare anche te, ti sei accorto che simpatia ne riscuoti veramente poca? –

– Va bene, facciamo una tregua per il momento, devo riordinare le idee. –

Così dicendo era arrivato, arrancando, alla fine del dorso del quaderno. Si fermò all’istante non appena si accorse che davanti a lui si perdeva un grande vuoto e sotto di lui uno spaventoso abisso. Martina aveva riposto il quaderno nell’ultimo ripiano della libreria. Una distanza abissale separava il nostro gnomo dal pavimento.

– Oddio, mi vengono le vertigini. Sapessi almeno dove andare! –

La libreria era zeppa di libri stipati all’inverosimile ragion per cui avrebbe potuto vagare, saltellando da un libro all’altro. Più facile a dirsi che a farsi perché, ahimè, non tutti i libri erano della stessa altezza.

Decise allora di scendere al livello del ripiano, da lì avrebbe poi deciso dove andare, aveva infatti notato che c’era un certo margine dal limitare dei libri al limitare dello scaffale, ragion per cui aveva tutto lo spazio per poter vagabondare tranquillamente.

– Che Dio me la mandi buona! –

Si lasciò scivolare dal bordo del quaderno e in breve si trovò a livello del ripiano. Si controllò: apparentemente tutti i suoi componenti erano al loro posto.

– Accidenti a te! – sbuffò lo gnomo.

Sembrava avesse preso una potente scossa elettrica tanto fu repentino lo scatto verso l’alto che si trovò, involontariamente, a compiere. Il suo punto estremo era arrivato in picchiata e aveva colpito la sua parte estrema!

– Si può sapere perché devi stare così distante da me, accidenti a te, vuoi capire o no che siamo una cosa sola! –

– Questo lo dici tu, io sono un punto e posso stare anche da solo! –

– Tu non sei solo un punto, devi seguirmi e basta! –

– Uffa, non ne ho voglia, sono stufo. –

– Non mi interessa un accidenti se sei stufo, sono stufo anch’io e allora anche se sto fermo non risolvo niente, armati di pazienza e seguimi. –

Lo gnomo iniziò ad avanzare faticosamente. I suoi movimenti erano alquanto impacciati. Come alternava nel movimento le gambe della doppia vu i microscopici gomitolini di filo contenuti nelle sue piccole tasche si srotolavano e lasciavano andare il filo dietro di loro, ma il pericolo consisteva in questo: ogni volta appunto che le gambe avanzavano, le tasche danzavano in maniera incontrollata, per cui non era raro che il filo che ne fuoriusciva andasse ad impigliarsi nelle suddette gambe, ragion per cui lo gnomo rischiava di venire strangolato nei movimenti dal suo stesso filo. C’è inoltre da dire che le sue braccia fatte a virgola erano di ben scarso aiuto nell’opera di scioglimento. Da questi piccoli preamboli possiamo immaginare come l’umore abituale del nostro gnomo fosse prevalentemente se non quasi esclusivamente, nero!

– Piantala, adesso, datti una regolata. –

Il piccolo punto saltellava allegramente, infischiandosene tranquillamente delle lamentele dello gnomo.

– Calmati, non innervosirti, non ne vale la pena, tanto non ti aiuterà nessuno. –

Così andava dicendosi il nostro gnomo, cercava così di darsi coraggio da solo!

– Che libreria di lusso! – Avanzando, si guardava in giro, naturalmente era sempre in cerca di idee, anche se non aveva la più pallida idea di che cosa avrebbe trovato, e nemmeno di che cosa andasse cercando.

Osservava i libri ordinatamente riposti, molti di questi mettevano in evidenza eleganti copertine e alcuni di loro avevano i titoli incisi a lettere d’oro. Queste lettere addirittura parevano brillare. Gli venne spontaneo paragonare lo splendore di tali lettere con i gioielli che aveva visto a volte al collo e alle mani di Martina. Non aveva l’impressione che potesse essere la stessa cosa perché se i gioielli che Martina portava erano indubitabilmente preziosi, quei particolari tomi a lettere d’oro ispiravano un senso di grande dignità, era convinto che la loro preziosità andasse ben oltre l’apparenza esteriore.

Aveva comunque capito che si trattava di libri di poesia. Adesso si sentiva più sereno, aveva preso un’andatura regolare, anche il suo punto estremo rimbalzava regolarmente. La vista di tutti quei libri gli dava un senso di pace, si sentiva in un ambiente familiare, era sicuro che lì non avrebbe potuto perdersi, sicuramente qualche cosa avrebbe trovato. Non era neppure più molto arrabbiato con Martina, perchè seppur involontariamente, costringendolo ad uscire dal suo quaderno, gli permetteva di ampliare i suoi orizzonti.

– Strano però, risulta difficile credere che una ragazza sbadata come Martina possa essere così ordinata! – si disse fra sé ammirando l’ordine che regnava nella libreria.

– Questo sì che dev’essere un libro importante! –

Un grande libro dalla copertina di pelle parecchio consumata troneggiava sugli altri. Delle grandi lettere d’oro brillavano sulla copertina opaca. Il titolo era formato da sei grandi lettere, null’altro: Bibbia.

– Questo non è un libro importante, questo è il libro più grande che sia mai esistito. E’ letto da migliaia di anni ed è stato letto da una moltitudine infinita di uomini. Comunque ti dirò: non farti ingannare dalle apparenze, non servono lettere d’oro a dare credibilità al contenuto, sai anche se fosse stampato su carta straccia resterebbe sempre il più grande libro che sia mai esistito e che mai esisterà al mondo. Non guardarti in giro, sono quassù e sono uno gnomo come te, aspettami scendo. –

Così dicendo ecco calarsi da una piccola fune uno gnomo dall’aspetto, per così dire, umano. Questa piccola fune era in realtà un segnalibro, anzi il segnalibro che era rimasto nella parte esterna del tomo.

– Salve piccolo gnomo, eccomi qui a tua disposizione, sarò la tua guida, non hai che da chiedere ed io se ne avrò la possibilità cercherò di soddisfare ogni tua richiesta. –

– Ma tu sei uno gnomo come me? Tu però assomigli ad un uomo, io invece sono un ammasso di lettere e segni di punteggiatura. Sai è la prima volta che qualcuno non ride di me. Ma tu non mi trovi buffo? –

– Che vuol dire buffo? Possiamo essere tutti ridicoli, l’importante è che ognuno si comporti nella maniera a lui più consona. E poi posso dirti una cosa, quando qualcuno ride di noi, dentro di sé ha sempre una certa dose di malignità o di invidia. Se qualcuno ti prende in giro vuol dire che ti vuole provocare, sta solamente a te dargli o meno soddisfazione. –

– Sai mi sembri molto saggio. –

– Come ti ho detto cerco di comportarmi nella maniera più giusta. Tu mi chiedi se non ti trovo buffo, ma tu sai quanti gnomi mille volte più strani di te ho visto nella mia lunga vita? –

– Da quanto tempo esisti? –

– Ma, potrei dire che il tempo sia nato con me! –

– E tutti questi gnomi che hai conosciuto che cosa cercavano? –

– Naturalmente cercavano tutti delle informazioni e io cercavo di aiutarli. Non sempre però potevo aiutarli veramente e loro spesso si arrabbiavano con me. –

– Ma se sei così vecchio come dici, possibile che tu non sia in grado di aiutare dei poveri gnomi sprovveduti? –

– Sai non è così semplice, io non posso rivelare delle risposte, posso solo cercare di indirizzare nella maniera giusta ogni ricerca che viene compiuta.-

– Vorresti dirmi che tu conosci tutte le risposte ma non le puoi rivelare? –

– Certo, proprio così, le vere risposte sono contenute qui, ma ognuno deve imparare a cercare da solo. –

– Scommetto che nel tuo tempo libero ti diletti a risolvere rebus. –

– Cosa hai detto? Io non ho tempo libero. –

– Niente, scherzavo, che cosa contiene la Bibbia? –

– Potrei dire semplicemente che contiene la storia degli uomini e del loro Dio. –

– Mi vengono i brividi. –

– Ne hai ben ragione. Sai sembra che questo libro non abbia mai fine, ti dirò sinceramente che anch’io spesso rimango affascinato dai grandi contenuti. –

– Se è la storia di tutti gli uomini allora lì dentro c’è anche Martina. –

– Certamente, ma non come immagini tu. Non troverai certo il suo nome, la sua data di nascita e altri dati simili, ma si possono trovare molte risposte. Certamente tali risposte possono essere rivelate solo se chi le cerca possiede anche il dono della fede in Dio. –

– Allora io posso cercare? –

– Dipende tutto dalla volontà di Martina. –

– Certo hai ragione, ma secondo te Martina ha la volontà di ricercare delle risposte? –

– Credo proprio di sì, anche perché ha una fede immensa, anche se non se ne rende conto. –

– Perché dici che non se ne rende conto? –

– Perché è ancora convinta che per avere fede sia necessario essere come minimo dei martiri. Comunque non posso andare oltre perché ti confonderei le idee, mentre tu non hai la possibilità di interferire nella sua volontà. Devi solo lasciarti andare, stare sereno e seguire il tuo istinto, cioè l’istinto di Martina ben inteso. Se la ricerca verrà effettuata nel modo dovuto, ti assicuro che le risposte verranno date. –

– Tu credi che il mio nervosismo sia di ostacolo? –

– Certamente non è un aiuto, cerca di essere più ricettivo. –

– D’accordo gnomo, allora vediamo se posso essere di qualche aiuto Martina. Tu mi hai detto che questo libro contiene la storia degli uomini e del loro Dio, mi hai anche detto che lì c’è anche Martina ma non troverò mai le sue generalità. Questo vuol forse dire che quello che posso trovare potrebbe avere a che fare col pensiero? –

– Fuochino. –

– Cosa vuol dire fuochino? –

– Vuol dire che sei vicino alla verità. –

– Allora vuol dire che questo libro contiene il pensiero degli uomini. –

– Bravo! –

– Tu mi hai detto che questo libro è molto consultato, vuol dire che chi lo legge cerca delle risposte o vuol fare dei paragoni. –

– Esatto. Ti do solo un piccolo aiuto, considera sempre che il pensiero è legato comunque all’azione. –

– Vuol dire che il pensiero può influenzare il nostro modo di agire, cioè l’agire degli uomini? –

– Sicuramente. –

– Ricapitoliamo, questo libro è letto da migliaia di anni, perfetto, allora vuol dire che le risposte sono già state trovate, non può essere diversamente. –

– E’ proprio qui che ti sbagli, caro il mio gnomo, in migliaia di anni neppure i più grandi, approfonditi studiosi sono riusciti a dare delle risposte. –

– Ma allora a cosa serve studiare tanto se poi non si riescono a trovare delle risposte soddisfacenti? –

– Ti confesso che a volte me lo chiedo anch’io. –

– Dimmi la verità se puoi, esiste qualche persona che abbia trovato un aiuto da questo libro? –

– Sì. –

– Sì e basta? –

– Sì e basta. Posso solo aiutarti ed è già fin troppo! –

– Tu mi hai detto che il pensare è legato all’agire. Intendi forse parlare di coerenza? –

– Complimenti! Niente male per un piccolo gnomo come te! –

– Allora vuol dire che mi sto avvicinando alla verità? –

– Coerenza, caro gnomo, ricordati questa piccola parolina che hai centrato in pieno. –

Lo gnomo iniziò a passeggiare avanti e indietro con insolita baldanza.

“Bene, bene, stiamo facendo progressi” si disse in cuor suo.

– Ehi mi hai preso per una trottola, mi stanno venendo i capogiri! –

– Non farmi ridere, un punto che abbia i capogiri, sei ridicolo! Nessuno parla tanto come te, è il colmo dei colmi. Ti rendi conto che il tuo segno indica comunque una fine e tu continui a parlare, è proprio vero che al mondo va tutto alla rovescia. Non sei coerente, ecco cosa direbbe lo gnomo della Bibbia. –

Lo gnomo della Bibbia si stava proprio divertendo nell’assistere a quella scena.

– Ma ti rendi conto della fatica che devo fare, caro gnomo, oltre a lottare con Martina, devo discutere anche con questo punto che rimbalza come vuole e ha sempre da sindacare le mie decisioni. Qualsiasi movimento faccia, lui ha sempre qualcosa da obiettare. –

– Ma caro il mio gnomo, questo dovrebbe farti riflettere. Abbiamo parlato di coerenza, ma dimmi, come potrebbe esserci coerenza in te se proprio dentro di te non c’è armonia. Tu stai cercando delle risposte e nello stesso tempo stai lottando faticosamente con il tuo punto estremo. Non hai sufficiente serenità per valutare le risposte che cerchi. –

– Ma come potrebbe esserci armonia in me se questo punto mi rimbalza contro il fondoschiena e mi manda su tutte le furie? –

– E tu non andarci su tutte le furie, impara ad accettare il tuo punto, vedrai che se ti dimostrerai più paziente alla fine qualsiasi acrobazia possa fare non ti scombinerà più.

– Vuoi dire? –

– Certo che voglio dire. –

– Vuoi dire che se riuscirò a fare questo sarò coerente? –

– Se imparerai a fare questo, intanto sarai diventato più sicuro di te e poi ti potrai indirizzare con più decisione verso quelle risposte che vorresti conoscere. –

– Quindi secondo te, io dovrei ignorare il mio punto estremo, ma credi che sia facile?

– Hai detto bene caro gnomo, ignorare il tuo punto. No, non credo che sia facile, ma è l’unica via. d’altra parte dimmi, non è forse più comodo per te vivere nel pensiero di Martina? Ma naturalmente, quando ti trovi a vagare materialmente tra libri e suppellettili varie scopri che esistono anche degli ostacoli. Il progredire sta’ proprio in questo, nel superamento delle difficoltà. –

– Tu li chiami ostacoli, ma sapessi che rabbia mi fa venire. E’ assurdo, se il mio punto estremo fa parte di me per quale oscuro motivo mi deve ostacolare? –

– Pazienza, caro gnomo, bisogna imparare ad avere pazienza. –

– Pazienza? Per sopportare il mio punto dovrei diventare un santo! –

– Benissimo e tu diventalo! –

– Fai anche dello spirito, eh? –

– Ti assicuro che non è assolutamente mia intenzione prenderti in giro. Cercherò di spiegarmi meglio. Quando tu vivi nel pensiero di Martina, per te non esistono difficoltà di sorta, vero? –

– Certo, quando sono nel suo pensiero vivo in simbiosi con lei, è una dimensione fantastica, oserei dire che corrisponde ad uno stato di perenne beatitudine. –

– Bene e qui siamo riusciti a chiarire quella parte della tua vita in cui non hai delle caratteristiche materiali e quindi non sei visibile agli occhi altrui. Sai è molto bello che tu conservi il ricordo di questa dimensione perché ti assicuro che capita molto, molto di rado. Allora consideriamo adesso la tua vita materiale: tu hai il grosso problema del tuo punto estremo. Allora tu sai che questo periodo non sarà eterno… –

– Lo spero proprio per il mio bene! –

– Non ti preoccupare passerà fin troppo in fretta. –

– Questo lo dici tu, perché non hai il mio problema. –

– E’ qui che ti sbagli, questo è un problema solo perché tu lo vedi tale. Ma credi di essere l’unico gnomo a questo mondo ad avere dei problemi? Tu credi che io non ne abbia? Ma questo è il mio compito, aiutare gnomi furibondi come te. Tu credi che per me sia divertente? A volte non lo è affatto, ma è il mio compito e devo accettarlo, ma cerco solo di vederne i lati positivi, per esempio vedo che se riesco ad aiutare te e indirizzarti nella giusta maniera, avrò poi uno gnomo brontolone in meno e forse potrà scapparci anche qualche conversazione piacevole. –

– Mi fai una rabbia! Tu vedi i lati positivi in tutto! –

– E tu vedi solo i negativi. –

– Ti ripeto che il progresso sta’ proprio in questo: superare le difficoltà della vita. Dimmi se tu sei cosciente che le difficoltà sono passeggere, perché ostinarti a rimuginarci sopra? Ricordati tutto quanto ha stretta relazione con la vita materiale ha un termine, tutto ciò che possediamo lo dovremo abbandonare prima o poi e allora perché tanto affannarci a fissare solo delle mete materiali in questa vita se non avranno nessuna consistenza nella vita spirituale? Ti assicuro che sarebbero per noi una inutile zavorra. –

– Ma tutto questo che attinenza ha con il mio punto estremo? –

– Se tu ci pensi bene, fa parte di quella zavorra che ti dicevo prima. –

– E poi come fai a dire che la mia vita sarà fin troppo breve? –

– Perché è vero, anche se fossimo armati delle migliori intenzioni la vita materiale resta comunque breve per compiere quello che potremmo. Ricordati che solo nella vita materiale la nostra volontà si può manifestare nell’azione. Quindi questa vita ha un’importanza capitale. Quando vivi nel pensiero di Martina ti sembra di essere in paradiso, ti senti come un pesce sospinto dalla corrente che non può fare a meno di seguire è però felice perché sa di trovarsi nel suo elemento. Mentre qui adesso ti senti come un pesce fuor d’acqua, però sai che nonostante il tuo agire sia influenzato dal pensiero di Martina, hai anche una certa libertà d’azione che ti permette di scegliere se curiosare un libro oppure no e via discorrendo. Ricordati ciò che ti ho detto all’inizio: le tracce esistono, ma sta’ solamente a te, ed è di importanza vitale, saperle riconoscere. –

Lo gnomo incominciava a sentirsi strano e confuso.

– I miei poveri gomitoli sono esauriti, sai mi davano così fastidio all’inizio, e precisamente prima di incontrarti, poi mi sono completamente dimenticato di loro, chissà come ho fatto? –

– Vedi caro gnomo questo è un altro punto su cui dovrai riflettere. –

– Ma perchè sei sempre così enigmatico? –

– Perché è di vitale importanza che tu arrivi da solo alle conclusioni. Ricordati le giuste tracce alla fine ti condurranno alla verità. Nessuno ti dovrà dire: tu dovrai fare così o colà, se ti diranno così, facilmente ti vorranno ingannare. Ricordati la verità sta’ dentro di noi, bisogna solo saperla riconoscere. –

– Se la verità sta’ dentro di noi, allora a cosa serve la Bibbia? –

– Povero gnomo, quanta strada ancora dovrai fare. Rifletti, pensa, ragiona. Sempre. –

“Sempre”. Quell’ultima parola aveva contribuito ad aumentare la sua confusione.

– Oh, povero me, non ci capisco più niente. –

– Non temere ci sarà tanto tempo! –

– Che vuol dire “ci sarà tanto tempo”, ho l’impressione di non averne veramente più a disposizione. Martina mi sta’ chiamando. –

– Non temere ne avremo tanto, anzi la prossima volta che ci incontreremo non ti ricorderai più di avermi già conosciuto. –

– E’ impossibile, io non ti scorderò mai. –

Queste parole lasciarono lo gnomo in un grave stato di prostrazione. Ed ecco di nuovo quella sensazione celestiale. Si sentiva vivo più che mai, si rendeva conto di perdere le sue naturali fattezze. Era attratto come in un vortice verso la ragazza, il corpo si assottigliava sempre di più e diventava trasparente, ma quasi luminoso. Si sentiva carico di energia e con la forte volontà di rimettersi al lavoro.

Martina scrutava i libri ordinatamente disposti nella sua libreria. Finalmente ritrovò il quaderno, dove sovente scriveva le sue considerazioni personali.

Era un pungente pomeriggio di novembre, le foglie variopinte dei platani si staccavano per l’ultimo viaggio. Era una danza gioiosa diretta dal vento pietosamente complice. L’ultima della loro vita.

Martina camminava lungo il viale dei platani. Le foglie cadute. No, non erano morte, i suoni prodotti dai passi di Martina erano le voci, che ancora non avevano finito di parlare.

Si fermò un attimo a riflettere. Ma quale importanza avrebbero avuto le voci delle foglie morte. Avevano importanza solo per lei o avrebbero avuto importanza anche per altri? Le piaceva immaginare che queste considerazioni potessero essere di utilità anche per altri. D’altra parte si disse “tutto l’universo parla, non è però altrettanto vero che tutti gli umani anche se dotati di intelligenza siano in grado di interpretare tali voci”. Decise di proseguire nello scrivere ciò che il suo istinto le suggeriva. D’altronde il mare non è forse formato da gocce? Perché allora non credere alla grande importanza che ogni singola goccia possa avere?

Un inconsapevole progresso

(Dalla lettura delle Fondazioni di Santa Teresa d’Avila apprendiamo che quando la creatura si è uniformata alla sostanza e alla volontà del Creatore diventa essa stessa creatore.)

“Quando la creatura si è uniformata alla sostanza e alla volontà del creatore diventa essa stessa creatore…”

– O povero me, povero me, povero me! mi sembra quasi di avere mal di testa, ah no, no, no, non posso avere mal di testa, non ho la testa! o forse si? No, non è possibile. O che confusione! Ma perché questa benedetta ragazza mi deve creare tanti problemi? Guardala lì, scrive una frase, la pianta a metà e poi cosa fa? puntini, puntini, puntini. Martina ti odio! Gira e rigira, mi tocca sempre sbrogliare la matassa, proprio io che dimestichezza ne ho veramente poca. Ma poi dico, ma che razza di frase ha scritto: creatura, creatore, sostanza, volontà? e che è, mai che le capiti di scrivere delle ricette gastronomiche o delle barzellette… –

– Bè sai, per quelle non dovrebbe pensarci molto, probabilmente lo scritto verrebbe terminato senza interruzioni, non credi? –

– E tu chi diavolo saresti? –

– Guardati allo specchio! –

– Cosa guardarmi allo specchio? –

– Dai guardati senza creare tanti problemi, brontolone! –

– Brontolone, io? ma come ti permetti? –

– Mi permetto e come, ti conosco troppo bene! –

– Se pensi di prendermi in giro… – disse lo gnomo dirigendosi faticosamente verso un grande specchio che era in realtà la cornice argentata di un portaritratti reso lucente da un’accurata recentissima pulizia.

Lo gnomo rimase ammutolito, vedeva chiaramente un altro sé stesso, uno gnomo esattamente uguale a lui, dietro di lui; pareva leggermente più grande, le fattezze erano uguali, addirittura parevano quasi più nitide pur essendo in realtà di un colore che pareva quasi incolore, come dorato, quasi luminoso. Eppure ben reale…

– Bé, non hai niente da dire, dai su non é da te non trovar parole! Non ti sarai per caso spaventato? –

– Che spaventato io, ci vuol ben altro! –

– Ah, volevo ben dire. Va bé se non hai niente da dire torna pure alle tue mansioni, fai finta che io non ci sia. –

– No, no, aspetta. Ma tu chi sei? –

– Domanda superflua, ricordi? E’ meglio perdere l’abitudine di far domande stupide. –

– Questo devo averlo già sentito. –

– Sicuro che l’hai già sentito. –

– Ok, ti chiedo umilmente di aiutarmi a capire… –

– Bravo, vedi così va molto meglio. Pensa sempre prima di parlare a vanvera. Allora ti dirò che io sono quella parte di te che ti deve aiutare a capire. Sei sempre brontolone, ma posso dirti che ultimamente hai fatto notevoli progressi. Una volta avevi dei grandi problemi col tuo… cioè dovrei dire col nostro, punto estremo.

Ti ricordi, eri sempre furibondo perché rimbalzava a casaccio e ti procurava dei piccoli fastidi. –

– Piccoli? lo dici tu che erano piccoli! Erano enormi, ma sai cosa ho fatto? ho deciso di dargli uno schiaffo morale e di ignorarlo, così la finirà di farmi i dispetti . –

– Bravo, come ti ho detto hai fatto progressi! –

– Avrò anche fatto progressi come dici tu, ma mi sembra di camminare sulle sabbie mobili. –

– Non ti preoccupare è solo apparenza, se fossi veramente sulle sabbie mobili saresti già affogato. –

– Non riesco a capire dove voglia andare a parare Martina. –

– Ti ricordi lo gnomo della Bibbia? –

– Lo gnomo della Bibbia? ma cosa stai dicendo, chi è lo gnomo della Bibbia? –

– E’ uno gnomo molto saggio che hai conosciuto molto tempo fa e con cui hai avuto uno scontro, verbale sottinteso, strano a dirsi vero? –

– Sarà, ma io non ricordo affatto. –

– Va bene ti rinfrescherò la memoria. Ti ricordi la Bibbia è il grande libro che contiene la storia degli uomini e del loro Dio? –

– Aspetta forse ora ricordo… –

– Meno male! –

– Sì, ora ricordo, ma come ho fatto a dimenticare? –

– Non preoccuparti, è naturale dimenticare… –

– Ora ricordo, aspetta, ha parlato di tracce e ha detto che ognuno di noi deve imparare a cercare a trovare da solo. O povero me, povero me, povero me. Ma questo è peggio di un indovinello. –

– Bè perché non fai finta che sia una specie di caccia al tesoro, dopotutto che cos’hai da perdere, qualsiasi buona intuizione tu possa avere, non ti procurerà altro che delle soddisfazioni. –

– Uffa, ma che fatica, ma perché non posso vivere tranquillamente nel pensiero di Martina? –

– Tu vivrai nel pensiero di Martina, ma solo quando avrai compiuto il tuo dovere. E’ comodo per te essere cullato nel suo pensiero senza faticare, ma ricordati che tutto quello che abbiamo di buono ce lo dobbiamo meritare. Nulla ci viene regalato a questo mondo, ogni progresso ci costa fatica, ce l’ha insegnato Dio, e allora altrimenti che progresso sarebbe, resteremmo sempre allo stesso punto e per fare questo non occorre nessuna fatica. Resteremmo beati spettatori inconsapevoli, io credo sia meglio partecipare in qualità di attori, non credi? –

– Come potrei dirti di no? seguendo il tuo ragionamento non posso che darti ragione.

– Attento rifletti non è solo il mio ragionamento… –

– Hai ragione, a questo punto Martina direbbe ‘rimbocchiamoci le maniche’. –

– E allora ‘rimbocchiamocele’. –

– Non è un compito semplice aiutare Martina. –

– Se lo fosse, non avrebbe bisogno di te, non credi?

Questo pensiero ti dovrebbe consolare, considerando l’importante aiuto che le puoi fornire. –

– Già, allora sono importante anch’io. –

– Finalmente l’hai capito, ce n’è voluta! –

Il nostro piccolo gnomo a questo punto sembrava avesse acquisito una insolita agilità.

– Non darti troppe arie, è controproducente. –

– Potrò essere almeno contento di aver capito qualcosa! –

– Certo, ma ti consiglio di tenertelo per te, il progresso procura invidia il che non ti sarà di utilità. –

– Ma scusa io dovrei fare tanta fatica per cercare di capire e poi ciò che ho scoperto lo dovrei tenere per me? –

– Non lo tieni per te, quello che scopri viene assimilato da Martina e lei lo potrà scrivere, e poi vedi non è importante nemmeno Martina, quello che importa è il suo pensiero che può essere di utilità ad altre persone. Tu devi solo ringraziare il cielo di aver avuto questa opportunità e ciò ti deve bastare, ti assicuro che puoi considerarti molto fortunato. –

– Forse potrò considerarmi fortunato nel momento in cui avrò capito. –

– Forse, ma credo che potresti cominciare già da ora! –

– Già…chissà cosa sta facendo ora Martina? –

Martina proprio in quel momento era davanti alla finestra della camera e stava osservando un forte temporale estivo. Si trovava in montagna, era in vacanza. Per lei anche quel noioso temporale costituiva fonte di ammirazione e di riflessione. Un forte vento scuoteva prepotentemente gli alberi tanto che spesso aveva la sensazione che alcuni di loro potessero quasi spezzarsi. Una pioggia inesorabile penetrava ogni anfratto del bosco appesantendo notevolmente l’erba dei prati. Osservava attentamente quei poveri alberi e le pareva quasi di poter condividere quel grande tormento che stavano subendo. Sì, in quei momenti le sembrava impossibile che il sole potesse tornare a risplendere. Eppure quegli alberi al cessare del vento parevano maggiormente ritemprati come se quella bufera fosse necessaria e loro lo sapessero. Quando si trovava ad ammirare quelle normali espressioni della natura, che lei definiva prodigi come se la loro essenza avesse del soprannaturale, perdeva completamente la nozione del tempo. Ed infatti quasi non si era accorta che la forte pioggia aveva cessato di battere, ed ora un forte vento stava disperdendo le nubi del cielo. In un tempo incredibilmente breve ritornò a risplendere il sole. Vedeva tutto con occhi nuovi, una nuova nitidezza avvolgeva le immagini che si affacciavano alla sua vista. Il ricordo della bufera era ancora vivo, anche se in quell’attimo quasi le pareva impossibile che anche solo poche nubi potessero oscurare il suo orizzonte.

Si chiedeva per quale motivo dovesse essere così triste nel pensare alla sofferenza degli alberi in preda alla bufera. Sì, perché lei delle bufere non aveva timore, ma poi capì che quegli alberi vivevano anche grazie alle bufere.

Se ogni mattino avesse visto il sorgere del sole ed ogni sera ne avesse visto il tramonto, quei poveri alberi si sarebbero in breve tempo disidratati e avrebbero finito col morire. Furono sufficienti quelle ovvie constatazioni per calmare il suo nervosismo.

La vita avanzava anche in ragione delle bufere. Gli alberi poi, radicati come erano nel loro naturale elemento non potevano certamente sfuggirvi. Gli esemplari vegetali non possiedono certo la libertà di scelta che abbiamo noi. Libertà di scelta! Eppure a volte l’uomo provoca delle bufere che hanno una portata ben superiore di quelle provocate dalla natura. E allora la nostra libera scelta non sembra affatto che sia indirizzata verso il bene…Ma non sta proprio forse in questo la libertà?

Le venne in mente l’ultima frase che aveva annotato sul quaderno ‘quando la creatura si è uniformata alla sostanza e alla volontà del Creatore diventa essa stessa creatore…’, no, in quel momento il suo pensiero le appariva oscuro, non riusciva a proseguire. Mancavano ancora dei collegamenti. Il meccanismo le sfuggiva. Vedeva qualche minima attinenza col regno naturale, ma le cose dovevano stare diversamente. Decise di uscire per fare una passeggiata, il tempo era particolarmente invitante…

– Uniformarsi alla volontà del creatore… ma, questo vuol dire che anche la sua volontà è uniformata alla nostra! Ma allora, la creatura non ha bisogno di cercare o scegliere altra strada perché questo impulso parte dal creatore e se parte dal creatore sarà egli stesso che si prenderà il compito di indirizzare verso il percorso più idoneo! Ma allora se è possibile raggiungere la perfetta conformità col volere del creatore significa per la creatura la completa accettazione delle prove. O povero me, povero me, mi si spacca davvero la testa. Ma cos’è questo creatore? E’ creato o non è creato, e no! Se creatore è creatura vuol dire che il creatore è in ogni creatura, quando è creato! o no? Forse il creatore in realtà è increato mentre la creatura è una manifestazione della sua volontà, ma se è una manifestazione della sua volontà allora egli stesso è davvero creatura! Questo è uno straordinario rompicapo. E chi ne esce più? Ma perché creare tanti problemi? Se la creatura è sulla via del creatore e viceversa altro non resta che abbandonarsi a questa via, E sì, ma non è per niente facile. La massima accettazione della volontà del creatore comporta una grande abnegazione. –

– Ma cosa credi, di essere venuto qui per vivere come un nababbo? anche tu vivi bene nel pensiero di Martina, ma adesso sei qui che ti stai arrovellando la testa, non credo che tu sia contento? –

– Non sono contento, ma a questo punto sono proprio curioso anche se ho la netta sensazione di essere in un vicolo cieco .

– Forse non hai torto, forse sei davvero in un vicolo cieco. Comunque devo farti i miei complimenti. –

– E perché di grazia ti scomodi a formi i tuoi complimenti visto che di solito riesci sempre a criticarmi? –

– Semplice, ti faccio i miei complimenti perché te li meriti, stai facendo dei progressi e proprio in questo sta il superamento delle difficoltà. Inoltre stai dimostrando la volontà di aiutare Martina e in questo ti stai uniformando alla sua volontà. –

– Già mi piacerebbe proprio capire in cosa consiste questa sua volontà? –

– Questa sua volontà consiste in mille piccole cose, nel desiderio di trovare delle risposte. –

– Credo di aver esaurito la mia capacità di comprensione. –

– Credi, sai spesso quando si fa parte di una realtà si stenta a comprenderne la portata, forse è più semplice valutarla quando se ne è al di fuori. –

– Ma se io ne sono dentro e non la capisco, allora a cosa serve esserne dentro? –

– Bé se tu sei dentro ad una realtà significa che la vivi anche se stenti a comprenderla. –

– Senti siamo proprio arrivati alla frutta, adesso proprio non ci capisco più niente. –

-Aiutooo, sono diventato matto, ci vedo doppio! –

Il nostro piccolo amico gnomo si stava riprendendo a fatica, quel giorno subiva uno shock dopo l’altro. Aveva perduto i sensi davanti a quella grande parete riflettente in cui aveva visto o aveva creduto di vedere il suo essere sdoppiato, si era molto spaventato perché era venuto a contatto con una realtà che ancora non conosceva, ma quello che più lo infastidiva era quel forte mal di testa che stentava a sparire. Non vedeva l’ora di tornare nel pensiero di Martina ma si sentiva un po’ depresso perché aveva il timore di non esserle stato d’aiuto.

Quella passeggiata era stata davvero provvidenziale, adesso Martina non vedeva l’ora di ritornare a casa. Aveva l’impressione di avere proprio un mucchio di cose da scrivere.

Albanotte e la Torre di Luce

Un giorno Albanotte decise di costruire una torre e disse fra sé: “Questa saggia decisione mi permetterà di contemplare il creato, vedrò tutto dall’alto, farò una torre così alta che nessun uomo ha mai immaginato da che mondo esiste. Sarà grande e stabile e andrò così in alto che un giorno arriverò a bussare alle porte di Dio! Il mio desiderio di incontrarlo è così grande che Lui apprezzerà i miei sforzi e mi aiuterà certamente a raggiungerlo. Sarà meraviglioso l’incontro, quante cose avrò da raccontargli…”

Con questa gioia nel cuore e la certezza nella sua mente di riuscire a portare a termine il suo progetto grandioso, iniziò l’opera.

Esistevano in quel tempo, sulla terra, dei mattoni quadrati, trasparenti, erano di vetro, ma resistentissimi. Nessuna cosa al mondo avrebbe potuto romperli e neppure solo scalfirli.

In effetti dalle cronache di quei tempi si dice che quei mattoni fossero resistenti come il diamante e che l’elemento principale fosse una particolare sabbia di mare…

Nessuno sa come Albanotte sia stato in grado di procurarsi un numero impressionante di quei mattoni, fatto sta, che un bel giorno iniziò la sua posa.

Decise di costruire la sua torre nel bel mezzo di una radura situata in un grande bosco di querce secolari, vi era anche un’incredibile varietà di grandi alberi a lui sconosciuti, ma che creavano un’armonia a dir poco fiabesca. Ed infatti il sottobosco era ricoperto di muschio e grosse radici spuntavano qua e là.

Trovò questa radura, il posto ideale, e così senza indugiare oltre, portò i mattoni per la costruzione iniziando a collocarli al perimetro della stessa. La forma era perfettamente circolare, così non fece nessuna fatica per decidere dove metterli, seguì semplicemente l’armoniosa disposizione degli alberi.

“Questo bosco è incantato, mi preoccuperò più tardi di visitarlo meglio, credo che il tempo non mi mancherà certamente”, pensava fra sé.

I giorni passavano e la sua costruzione prendeva lentamente corpo.

Si rese conto di riuscire a costruire la sua torre perfettamente circolare. I mattoni aderivano gli uni sugli altri senza bisogno di alcuna sostanza adesiva pur mantenendo la loro individualità, se avesse deciso infatti avrebbe potuto staccarli, ma solo per una sua precisa volontà, altrimenti, quei mattoni restavano lì, gli uni sugli altri perfettamente uniti e nessuno al mondo sarebbe stato in grado di separarli.

Si accorse, ma solo dopo aver iniziato la sua torre, che il diametro della stessa misurava esattamente undici metri, ne fu particolarmente colpito perché quel numero lo aveva sempre accompagnato durante la sua seppur breve vita, non si era mai chiesto il motivo di quella strana coincidenza, si era abituato a conviverci al punto che se quel numero non faceva risuonare la sua eco in qualche accadimento della sua vita, egli, Albanotte, ne sentiva sinceramente la mancanza. Era diventato, quel numero, quasi un compagno di viaggio. Che strana idea essere amico di un numero, le persone sono amiche di altre persone, fanno amicizia con gli animali, ma coi numeri… Eppure se ritrovava quel numero, Albanotte si sentiva tranquillo, sereno, si sentiva sulla strada giusta. Ragion per cui ad un certo punto della sua vita aveva deciso di farvi affidamento in maniera totale. Far affidamento sui numeri, che idea, di tutto s’è sentito a questo mondo, ma questa poi, il bello è che lui neanche più si chiedeva il perché di quella strana mania, quel numero era diventato il suo amico più fidato e nulla al mondo avrebbe potuto dissuaderlo, se compariva quel numero in qualsiasi situazione egli vivesse, tirava un profondo sospiro e senza indugiare oltre proseguiva, certo dentro di sé che tutto era ok…

Albanotte era intento alla costruzione della torre e neppure si accorgeva del tempo che passava, il sole cedeva il passo alla luna e lui sempre lì, la sua tenacia lo faceva proseguire inesorabilmente. Di notte una grande luna piena illuminava la radura e la luminosità dei mattoni di vetro lo aiutava a proseguire la sua costruzione.

Una sera si fermò a contemplare la base della sua torre, aveva posato tre righe di mattoni, si stupì in cuor suo della perfezione di quei mattoni disposti in un anello incredibilmente regolare. E pensare che normalmente la precisione non era proprio il suo forte, anzi. Normalmente la sua distrazione era proverbiale, infatti chi gli aveva attribuito quello strano nome aveva voluto mettere in risalto proprio la sua sbadataggine. Pensare, ora che una creatura simile fosse in grado di comporre un muro perfetto ha davvero dell’incredibile.

Socchiuse gli occhi quando i primi raggi di sole iniziarono a colpire la base della sua costruzione, il riflesso era per lui in quel momento quasi accecante. Fu colto da grande stupore quando al risveglio potè ammirare una esplosione di luce che lo lasciò a bocca aperta.

Un grande sole riluceva attorno a lui: era l’effetto prodotto dalle gocce cristalline di rugiada che nella notte si erano posate abbondantemente sul grande prato, il riflesso della torre faceva corona a quello splendore. Un effetto magico che lasciò Albanotte a bocca spalancata, lui era lì, in mezzo al grande prato e tutt’attorno la luce si diffondeva.

“Un meraviglioso presagio”, disse dentro di sé.

Alzò lo sguardo, le cime degli alberi brillavano anch’esse di perle cristalline.

Fu uno spettacolo meraviglioso quella mattina di fine inverno…

Poi in breve il caldo sole sciolse il fulgore di quello spettacolo e si diffuse una soffice nebbiolina ovattata.

Una magica armonia dava il benvenuto alla sua torre. Poi, com’era iniziato, al suo risveglio, quello spettacolo si dissolse col passar delle ore. Una meravigliosa giornata assolata accompagnava la costruzione del suo edificio. Rimase lì, assorto, ad assaporare il meraviglioso spettacolo prodotto da quel luogo.

Si scosse turbato all’udire una sonora risata tanto coinvolgente quanto sguaiata.

“Salto dentro, salto fuori, mi specchio, mi rispecchio, salto e risalto, mi specchio e mi rispecchio, oh, ma come sono bello, grazie natura che mi hai fatto così”.

Albanotte, guardava attorno incredulo, non vedeva nessuno! “La mia mente vacilla, forse il mio progetto è troppo ambizioso e la bellezza del posto mi sconvolge, sento parlare e non c’è nessuno, o forse è stata la mia immaginazione”.

“Oh rimbambito, l’unica bellezza che ti ha dato la natura è l’illusione del tuo cervello, neanche adesso che ti puoi specchiare vedi quanto sei brutto?”

“Zitta befana, chi ti credi di essere, vai in giro piena di pezze”.

Per tutta risposta una sonora risata.

“Caro signor grillo, io sono una farfalla variopinta perciò quelle che vedi tu non sono pezze, ma armonica miscela di colore”.

“Ih, ih, ih, armonica miscela di colore, mi ricordi una gallina spennacchiata.”

“Non farmi ridere, sei solo capace a saltellare qua intorno, io invece volo a distanze per te inenarrabili e l’ho visto il mondo, io”.

Albanotte colto dallo stupore sgranò gli occhi e dopo un’accurata ricerca trovò la fonte di quel battibecco.

Un grillo verde saltellava gioioso come non mai dentro e fuori del suo muro e una farfalla dalle sfumature bianche, panna, oro, nocciola, terra bruciata si era posata su un piccolo cespuglio d’erica e i due battibeccavano sonoramente.

“Attenta – disse il grillo alla farfalla – Albanotte si è accorto di noi, forse siamo in pericolo”.

“Ehi, come fate a conoscere il mio nome, e come fate a pensare che io sia un pericolo per voi, e, accidenti a voi, come fate a parlare?”

A questo punto risero tutti e due assieme.

“Non ti offendere Albanotte, non vogliamo prenderti in giro, siamo solo stupiti dei tuoi riflessi un po’…lenti, ecco forse sì, si può dire…lenti. Sai, succede raramente che persone come te caschino dalle nuvole e si accorgano di quello che succede”.

“Cosa vuol dire cascare dalle nuvole?”

“Cascare dalle nuvole vuol dire semplicemente svegliarsi”.

“Io sono sempre stato sveglio e attento”.

I due insetti scoppiarono a ridere.

“Ma se lo sanno tutti che sei stato chiamato Albanotte perché sei il signor controsenso” disse la farfalla.

Quei due impertinenti stavano demolendo la sua dignità. Povero Albanotte era sempre stato un insicuro, ora aveva preso coraggio con la folle idea della costruzione della torre e quei due piccoli, insulsi, insetti impuniti riuscivano a farlo sentire una nullità.

“No, no, no, non ti devi abbattere, non fare caso a noi, considera semplicemente che siamo molto contenti di aver potuto comunicare con te, dai su, facciamo pace, scusaci”.

Così dicendo la farfalla volò sulla spalla sinistra di Albanotte e il grillo saltellando si posò sul ginocchio piegato.

“Non trovi parole – disse la farfalla – chissà perché gli uomini ne hanno tante solo per comunicare tra loro, poi per parlare con noi, restano senza, dai sgrullati”.

“Va bè se non vuoi parlare continuo io, non ti stupire, non sei stato forse tu a voler costruire una torre per vedere il mondo dall’alto, eccetera, eccetera, eccetera”.

“Cosa c’entra la torre col fatto che voi parlate?”

“Che noi parliamo non c’è niente di strano, tutte le creature dell’universo comunicano che poi sia attraverso la parola o altro è solo un insulso dettaglio”.

“Insulso dettaglio?”.

“Certo un insulso dettaglio, dovrai farci l’abitudine perché sei solo all’inizio e, sinceramente, non per essere offensiva, ma, mi pare che batti un po’ la fiacca con la costruzione della torre…”

Più stupito che mai, Albanotte cercava di capire il rapporto fra la costruzione della torre e la sua sensibilità accresciuta.

“Tosto di cranio, ma è così semplice, ma non capisci che è la luce che si sprigiona dal tuo progetto che ti fa vedere le cose in profondità”.

“Che mi prendiate anche in giro è il colmo, la luce c’era anche ieri, eppure ieri non parlavate”.

“Eh no, noi parliamo sempre, anzi ci divertiamo un mondo, sei tu che non capivi, e non capisci neanche adesso”.

Albanotte sempre più confuso si sforzava di connettere in maniera ragionevole…

“Lascia perdere la ragione, qua la ragione c’entra poco, senti col cuore, senti col tuo desiderio, vuoi parlare con Dio, bè sei un pò distantino, ma puoi considerarlo come il primo scalino, il primo scalino della tua costruzione, a proposito non so se la cosa ti potrà consolare, ma se vuoi potrai considerarci come compagni di viaggio, nel senso che ormai abbiamo stabilito un contatto, quindi se avrai bisogno di noi basta che ci pensi e noi arriviamo di corsa, bè si fa per dire: volando e saltellando, ciao”.

“Rimbambito, sono nato rimbambito e continuo ad esserlo. A un certo punto decido di fare la torre per incontrare Dio e cosa succede, incontro due insetti impertinenti che mi prendono in giro e mi danno lezioni di metafisica. Mi dicono che loro sono al primo scalino, non voglio pensare come si staranno sbellicando dalle risate ai piani superiori… Sogno o son desto? Ahia…”.

“Stai calmo, non sono velenoso, volevo solo farti capire che sei sveglio e così ti ho scherzosamente pizzicato la mano”. Uno scorpione dall’aria poco rassicurante tentava di guadagnare una distanza di sicurezza dalla scarpa minacciosa di Albanotte.

Albanotte rabbrividì.

“E’ solo cattiva propaganda, noi non siamo velenosi, ci facciamo i fatti nostri, veniamo denigrati perché molti invidiano le nostre armi, guarda che belle pinze…”

“Ok, ok grazie, immagino che ora mi direte che qui sono al sicuro, che non esistono pericoli, che i pericoli sono solo nella mente degli uomini”.

“Vedo che cominci a capire – rispose lo scorpione – e penso che oggi avrai sufficiente materiale su cui meditare, ti vedo molto pensieroso, bene, anzi ottimo. Ottimo inizio, Albanotte, complimenti, io mi ritiro nella mia tana. E, grazie per non avermi calpestato, bè sapevo che non l’avresti fatto” e rapidamente giunse alla tana.

Faticava a riprendersi dallo stupore, povero Albanotte, le meraviglie di quella mattina erano così stupefacenti che per assimilarle avrebbe avuto bisogno di un bel po’ di tempo. Ed infatti fra stupore e ripensamento giunse l’ora del tramonto e si accorse di non aver aggiunto neppure un mattone in tutta la giornata. Dovette ammettere che l’avventura si presentava affascinante. Notò con curiosità che i raggi del tramonto persistevano insolitamente nei mattoni cristallini, in una danza di sfumature amaranto, ben oltre il calar del sole.

Quella notte il suo sonno fu parecchio agitato, stava vivendo un’esperienza surreale, stava cercando di allontanarsi dal suo mondo e invece proprio ora che cominciava a comunicare con creature che lui aveva sempre reputato molto lontane, adesso le sentiva così familiari, come fossero una parte di lui, anzi lui adesso si sentiva così piccolo in confronto a loro.

“Essere preso in giro da un grillo, una farfalla e uno scorpione, se mai lo racconterò a Dio si farà una risata universale…”

Povero Albanotte, era stato proiettato in un universo di cui non avrebbe mai potuto sospettare neppure l’esistenza. Se doveva prendere per buono quello che gli era accaduto doveva ammettere che in lui non c’era più spazio per i vecchi riferimenti.

Il ragionamento aveva ceduto il passo allo stupore, alla meraviglia. Aveva semplicemente la testa piena di stupore, piena di meraviglia. Sentiva una nuova pienezza nel suo cuore. La sua sintesi per quel giorno si era trasformata in gioia.

Ora il suo sonno sarebbe stato più tranquillo.

Il mattino seguente si alzò che il sole era già alto, i mattoni erano lì, in attesa di essere disposti…

Lavorò alacremente per tutta la giornata senza accorgersi che il sole stava tramontando, aveva perso decisamente la nozione del tempo, nel momento in cui giunse a contare sette strati di mattoni, si accorse che era stato così assorto dal suo lavoro da non sentire neppure le vive proteste del suo stomaco, decisamente vuoto.

“Salto qua, salto là, ma che bello questo muro, Albanotte, oh era ora che ti accorgessi di me, da tutto il giorno cerco di richiamare la tua attenzione, e tu niente, non vedevi altro che i tuoi mattoni, sai stavo per chiedere aiuto allo scorpione, perché ti pizzicasse”.

“Bravo, e per quale motivo avevi così bisogno di comunicare con me?”

“Pura banalità, volevo solo dirti che se non mangi non stai in piedi e se non stai in piedi non potrai finire la torre, e se non potrai finire la torre…”

“Che premura, e per quale motivo tanta preoccupazione?”

“Semplice, quando gli umani si svegliano non sono più padroni di se stessi, tocca a noi pensare alle loro necessità più elementari perché loro semplicemente se ne scordano”.

“Sono in balia delle cure di un grillo, dipendo dalle cure di un grillo…”

L’equilibrio del povero Albanotte era molto scosso. Cominciava a sentirsi sempre più fragile e quella sera decisamente stanco. Aveva raggiunto una discreta altezza e si chiese all’improvviso per quale motivo il suo amico grillo riuscisse a saltare di qua e di là.

“Non cercare di risponderti, non ci riusciresti mai e poi guarda attentamente, io se voglio oltre a saltare il muro lo posso anche attraversare, la stessa cosa puoi farla anche tu, naturalmente.”

“Bene, mi leggi nel pensiero e vai oltre le leggi della fisica, mi arrendo”.

“Ti ho detto che qui devi lasciar perdere la ragione”.

“Ok, mi arrendo, non spiegarmi altro”.

E Albanotte, dopo aver consumato la colazione che aveva preparato per la giornata, ormai giunto a sera tarda, allo spuntar delle stelle si addormentò, sempre più confuso fra lo stupore e la meraviglia che quell’avventura gli riservavano.

Aveva deciso che avrebbe accettato tutte le stranezze alle quali, razionalmente, non avrebbe comunque mai potuto rispondere.

Dormì pesantemente e, se fece dei sogni, al mattino li dimenticò completamente.

Una giornata meravigliosa e calda attendeva il risveglio di Albanotte.

Aprì gli occhi e osservò soddisfatto la sua torre che ora, stava decisamente mostrando la figura che avrebbe mantenuto fino alla fine…

Si alzò in piedi e si accorse che di lì a non molto avrebbe dovuto procurarsi una scala e avrebbe dovuto considerare l’idea di costruire una struttura di sostegno che gli permettesse di erigere la sua torre.

“Speriamo che quei piccoli rompiscatole mi lascino in pace oggi, devo fare un grande ponte di legno…”

“E chi sarebbero qui i rompiscatole?”

Albanotte deluso si guardò attorno, ma non trovò traccia dei suoi tre piccoli amici.

“Non sforzare la tua povera testolina potresti affaticarla, guarda più su, sì, proprio davanti a te, acqua, acqua, fuoco ci sei quasi, oh complimenti, mi hai trovato!”

A pochi metri di distanza, la testa di un gufo reale stava sbucando dal suo nido situato nel tronco di una vecchia quercia.

Uno sbadiglio dopo l’altro e gli occhi decisamente assonnati.

”Non fare quel muso da allocco, se permetti questo sarebbe il mio momento di riposare, quindi, qui, il rompiscatole sei tu”.

“Anche il gufo parla, bè certo tutti i gufi parlano naturalmente…”

“Naturalmente, bè una cosa giusta l’hai detta”.

“La mia affermazione voleva essere ironica”.

“E invece è solo un’affermazione corretta, tutti i gufi parlano, punto”.

“Certo caro gufo, non mi sognerei mai di contraddirti, e chi può pensare che i gufi non parlino?”

“E’ inutile che fai tanti il furbetto, tutti uguali gli uomini, sono gli ultimi arrivati e pretendono di capire tutto quello che li circonda e pensare che la quasi totalità di loro non sa neanche comunicare con le altre specie”.

“Cosa vuol dire gli ultimi arrivati?”

“Caro Albanotte, lo sai vero che quando sono arrivati i tuoi simili, le piante e gli animali esistevano già sulla terra?”

“Bé suppongo di sì”.

“Bè supponi bene e non è una supposizione è una certezza. Arrivate per ultimi, non sapete comunicare e pretendete di superare le vostre capacità, peraltro molto limitate”.

“Cosa vuol dire, io cerco di capire”.

“Certo, lo so, peccato che sia sempre per la via più difficile”.

“E tu caro gufo, naturalmente conosci tutti i segreti della creazione…”

“No, solo quello che mi compete”.

“E cosa ti competerebbe, se è lecito, nella fattispecie del momento?”

“Nella fattispecie del momento, farti capire, che devi prestare più attenzione a quello che hai attorno e non solo con i sensi esteriori, cerca di sentire, di respirare le informazioni che ti possono giungere dal bosco”.

“Maestro gufo che senso ha soffermarmi a capire quello che c’è qui dentro questo bosco, se voglio andare oltre”.

“Povero Albanotte se non avrai scoperto i segreti della base come potrai proiettarti verso l’altezza?”

Albanotte si sentiva imprigionato dal suo stesso progetto…ora un gufo brontolone lo stava mettendo decisamente in crisi. Avrebbe dovuto meditare molto a lungo prima di trovare un filo conduttore, e perché quelle piccole creature tentavano di scoraggiarlo?

“Nessuno ti vuole scoraggiare, devi solo arrivare a capire che tutte le creature fanno parte di te, quindi le devi accettare, medita su quello che ti ho detto, vedrai che mi ringrazierai. I piani superiori della tua torre potrebbero confonderti le idee”.

“Voi invece me le avete chiarite”.

“L’ironia qui non serve a niente, se non ti metti in armonia con i ‘rompiscatole del bosco’ come ci definisci tu, ti mancherà sempre qualcosa e non potrai mai capire quello che ti attende oltre. Medita Albanotte e se non ti dispiace cerca di fare poco rumore, io vorrei dormire”.

E così dicendo, con un atteggiamento che di certo non ammetteva repliche si ritirò nel suo nido deciso, senza indugio, a dormire.

Si era svegliato solo da poco tempo, ma già si sentiva spossato, sì, il gufo aveva ragione, avrebbe dovuto meditare a lungo prima di proseguire col suo progetto, perché troppi conti non tornavano. Si sedette al centro della torre e si guardò attorno, aveva raggiunto una buona altezza, i mattoni arrivavano al livello della sua testa, erano perfettamente trasparenti, da lì poteva scorgere il suo bosco, molto nitido. Per la verità era una torre molto strana, era indistruttibile eppure ad un’analisi sommaria praticamente invisibile, non aveva sostegni se non quelli della forza che teneva uniti i mattoni stessi in un tutto compatto e armonico. Per la prima volta si rese conto che la coerenza e la logica che avevano sempre sostenuto il suo pensiero ora parevano prive di basi e iniziò a farsi strada dentro di lui l’idea che se avesse veramente voluto incontrare Dio, che era naturalmente al di fuori e al di sopra di ogni sua limitazione, immaginazione, certezza, avrebbe dovuto essere pronto ad accettare qualsiasi disillusione. Come si stava facendo piccolo! Ora che cominciava a comunicare con le creature più vicine a lui si sentiva infinitamente più piccolo di loro, si sentiva impotente. Stava mettendo in discussione tutta la sua vita, tutti i suoi riferimenti, si sentiva inadeguato, quasi ridicolo. Si sentiva fuori posto. Ora che comunicava con le creature che lui aveva sempre ritenuto inferiori, adesso aveva paura di disturbare la loro vita, di invadere il loro territorio, quel territorio che Dio aveva messo loro a disposizione molto prima che giungesse l’uomo sulla terra. Per la prima volta si sentiva sospeso nel pensiero di Dio, stupito e meravigliato come non mai. Sentiva un’adorazione nei confronti di tutto ciò che lo circondava. Restò lì per quanto tempo non seppe mai, disperso nei suoi pensieri, a cercare di ritrovare il suo equilibrio, quell’equilibrio che ora era decisamente scosso, tanto che aveva la sensazione di essere posato su una zolla di terra fluttuante, vagante nell’immensità di un pensiero che sconfinava oltre tutti i riferimenti della sua vita terrena…

E riaprì gli occhi, e si ritrovò all’interno della sua torre, undici meravigliosi cavalli di una bellezza sovrumana stavano pascolando intorno a lui. Avevano gli occhi vivi e luminosi ed erano pervasi da un alone di luce.

“Felici di vederti, Albanotte”.

“Voi mi conoscete?”

“Come tu conosci noi, se ricordi, non molto tempo fa siamo stati liberati da una grande sofferenza e tu sei rimasto molto colpito da questo fatto…”

Albanotte ricordava, ricordava molto bene la sofferenza che lui stesso aveva sentito quando loro avevano subito e brillantemente, ora è il caso di dirlo, superato la prova.

“Molte persone quel giorno hanno sofferto con noi e questa loro sofferenza ci è stata di grande conforto, è stato l’unico aiuto che ci ha permesso di giungere qui…”

“Il contatto con la sofferenza”.

“Sì, Albanotte, questo è il dono che ti è stato dato per il contatto con la sofferenza delle creature”.

Silenziose lacrime di gioia rilucevano sul volto di Albanotte, ogni altro commento a questo punto era superfluo. Aveva stabilito un contatto luminoso proprio grazie alla sofferenza che aveva condiviso con quelle meravigliose creature, ormai ultraterrene. Per alcuni istanti si sentì indissolubilmente unito a quei meravigliosi cavalli che ora vivevano la più bella esperienza di pace ed armonia che potesse essere loro concessa…

Dopo un tempo che parve molto lungo e allo stesso modo infinitamente breve quella visione eterea ed estremamente reale scomparve lasciando Albanotte estaticamente sospeso.

Stava assaporando gli altri colori della vita, quei meravigliosi colori che si sprigionano dai sentimenti sublimati, dove non c’è spazio per il rancore, per la vendetta, per l’odio, ma dove tutto assumeva il sapore della redenzione e della gioia sconfinata. Dove il cuore viveva la sua estasi d’amore e la memoria alimentava una gioia senza fine.

Aveva l’impressione di intravedere il perfezionamento di alcuni mosaici e sentiva che la strada che aveva intrapreso per giungere a Dio stava mostrandosi, per lui, la più giusta. Questo era il sentire del suo cuore in quella giornata che aveva portato piene emozioni.

Stava ritrovando quel colore che è luce infinita, quella luce che viene dal dolore e che esorta a risorgere in una dimensione più pura.

Il sole stava tramontando e la meravigliosa danza dell’amaranto fluttuava come un’onda sinuosa fra i mattoni cristallini della sua torre. Forse l’ultimo grande dono per quella giornata o quel tempo che davvero gli era parso incalcolabile.

Fu un lungo sonno ristoratore, rivide i suoi cavalli pascolare in un’ampia rigogliosa vallata, una tiepida luce avvolgeva le sue emozioni e misteriosamente alimentava quella scena fantastica che lui stesso stava vivendo. Poi come per incanto quella visione celestiale trovò spazio dentro la sua mente andando a rannicchiarsi in se stessa in una piccola stanza dei suoi ricordi più belli.

Un’alba altrettanto infuocata del tramonto precedente incendiò il suo risveglio. Una viva danza di colore amaranto e oro rendeva davvero suggestivo il castello di Albanotte. Poi cessò all’improvviso e lui si sentì molto sereno, ma in una dimensione decisamente più terrena. Consapevole di aver fatto fantastiche esperienze, incominciò a chiedersi come proseguire nella costruzione della sua torre. Era arrivato a un punto che necessitava assolutamente di un sostegno per poter continuare e si mise a studiare come creare una struttura che lo potesse sostenere nella sua salita. Immaginò di fare un ponte di travi tutt’attorno al perimetro della torre per poter erigere i piani superiori.

Mentre componeva questo suo progetto si vide proiettato ad un’altezza considerevole. Attorno a lui azzurro e candide nuvole che parevano di panna montata, tanto erano compatte e solide, vide attorno a lui i contorni in trasparenza della sua torre. Guardò in basso e vide il suo bosco vivo e rigoglioso come non mai e vide la base della sua torre. Meravigliato oltre ogni dire non tentò neppure di dare una spiegazione a quello splendore che stava vivendo. Restò in attesa assaporando ogni immagine percepita dai suoi sensi. Gli pareva di essere sostenuto dal manto erboso della sua radura e un piacevole fresco zefiro scuoteva i suoi pensieri. Uno spiritello festante stava creando tutt’attorno con le nuvole di panna montata, immagini nuove.. con grande stupore le nuvole si erano trasformate in due vocaboli perfettamente leggibili, così era scritto: benvenuto Albanotte. Mai nella sua vita aveva neppure sperato di fare sogni così meravigliosi, ed ora stava vivendo una realtà che andava oltre le più rosee aspettative, perché di realtà era certo si trattasse. Non si chiese, come, perché e chi avesse scritto quelle parole. Stava entrando in altre dimensioni e pensò che questa nuova realtà dovesse mostrarsi a lui spontaneamente, naturalmente, semplicemente. Lui avrebbe dovuto solamente accettare e ringraziare Dio per la bellezza che gli aveva concesso di vivere. L’unica cosa che riuscì a pensare fu che la decisione di costruire la torre era certamente stata la più saggia che avrebbe mai potuto prendere. Si stupì solamente della proiezione verso l’alto improvvisa ed inaspettata, proprio nel momento in cui aveva deciso di continuare la sua costruzione.

“Ciò che è giusto faccia si manifesterà a me a poco a poco” e mentre formulava quel pensiero il suo capo si piegò in segno di adorazione e profondo ringraziamento.

Udì in quel momento il grido festante di un gabbiano, alzò lo sguardo e vide le sue penne candide, il becco giallo oro, era meraviglioso, imponente…

“Albanotte ti ricordi di me?”

“Checco! Sei tornato. L’ultima volta che ti ho visto volavi verso un meraviglioso arcobaleno…”

“Sì, ricordo tutto, la fattoria dall’alto, dopo la prova, la gioia e il dolore, e il tuo grande dolore Albanotte, quel dolore che ha alimentato il mio viaggio di luce, quel meraviglioso viaggio fra i colori della vita”.

Albanotte ricordava in maniera nitida il dolore di Checco! Quel gabbiano ferito privo di un’ala, che aveva incontrato in una fattoria, e che viveva rispettato nella sua dignità in compagnia di Charlie il pastore tedesco e degli altri animali del cortile… fino al momento della prova.

“Sono venuto qui per ringraziarti, Albanotte, perché tu hai sentito ogni mio dolore, il desiderio straziante di un volo impossibile, la fatica insopportabile delle corse per la fattoria nella vana speranza di potermi sollevare di qualche metro da terra, tu hai vissuto la mia redenzione e questo mi ha aiutato a non farmi sentire solo”.

“Non solo io ho sentito il tuo dolore, anche Charlie, il cacciatore e la moglie…”.

“Sì, ma tu l’hai manifestato come fossi stato io stesso a scrivere, non è da tutti compenetrare il dolore altrui e rifletterlo nel cuore di ogni uomo. Per questo solo ti volevo ringraziare, perché tu cerchi l’armonia con le creature e ringraziando te, ringrazio tutte le persone come te, che grazie al cielo sono tante, tante, tante… ma spesso non sanno di esserlo”.

“Di esserlo cosa?”

“In armonia con le creature, solo in armonia con le creature”.

“Grazie Checco, grazie al cielo e a te”.

Albanotte ricordava la storia meravigliosa e tristissima di Checco.

“Checco, puoi dirmi se le parole che vedo sono reali o frutto della mia immaginazione?”

“Albanotte, se ti riferisci alla scritta di benvenuto, sappi che è realissima ed è solo un dono di benvenuto, una specie di saluto da parte nostra”.

“Da parte nostra hai detto?”

“Sì, benvenuto fra noi Albanotte, benvenuto fra le creature. Sì, lo so ti senti inadeguato e sperduto. Bè, sappi che sei stato colto come un frutto, non troppo maturo, una specie di primizia. Di questo non hai merito, ma devi ringraziare il cielo per il dono”.

Di questo Albanotte non aveva certo dubbi, si sentiva inadeguato, estremamente inadeguato e piccolo, molto piccolo, ma se il cielo così aveva decretato, certo ci sarebbe stata pure una ragione.

“Addio, Albanotte, sappi che sei con tutti noi”.

“Addio dolcissimo Checco e grazie”.

E mentre Checco volava verso l’alto Albanotte rivide quel meraviglioso arcobaleno che solcava l’immensità del cielo. Il grido di gioia di Checco si disperse fra le nuvole che ora si erano fatte maggiormente fitte. Null’altro seppe fare se non prostrare il capo in segno di profondo ringraziamento.

Ormai non riusciva a concepire più lo scorrere del tempo.

Si ritrovò ancora una volta nella sua radura incantata. Ormai si rendeva conto che i suoi progetti venivano abbondantemente superati da fatti insperati ed imprevedibili.

Restò semplicemente in attesa di nuovi accadimenti.

“Sì, bisogna portare pazienza con Albanotte, è molto confuso, si è messo a costruire questa torre con cui è convinto di arrivare a scrutare tutti i segreti del cielo, ed è convinto di poterci arrivare fisicamente, ti rendi conto, un giorno o l’altro finirà a gambe all’aria”.

“No, non credo sta già cominciando a capire, ma sai ce ne vuole del tempo, le cose vere sono così palesi e il mondo dei terricoli è abituato a complicarle per poterle capire meglio. Che controsenso, già lui, poverino, è tutto un programma, ma come si fa a chiamarsi Albanotte, la quintessenza del controsenso, ma che vuol dire? Ma chissà da che parte dell’universo arrivano sti umani?”

La farfalla variopinta stava duettando con una meravigliosa farfalla azzurra.

“Disturbo, se vi chiedo perché vi state impicciando dei miei affari?”

“Oh si è svegliato! Scusaci non era nostra intenzione offenderti, ma sai è molto faticoso cercare di aiutarti”.

Albanotte osservava la farfalla azzurra e una domanda sorgeva dalla sua mente.

“Sono proprio io, caro Albanotte, ricordi la farfalla vanesia dell’acquitrino?”

Un meraviglioso stupore si dipinse negli occhi di Albanotte.

“Solo una farfalla stolta come me avrebbe potuto stringere amicizia con un serpentello e un ranocchio…”

“Dolcissima creatura, che gioia incontrarti”.

“La gioia è tutta mia Albanotte”.

“Lembo di cielo, non credere che il tuo sacrificio sia stato vano. Da quando te ne sei andata il serpentello ha cominciato a porsi molte domande. L’inganno lo ha quasi distrutto, per quanto riguarda il ranocchio, bè per lui c’è poco da sperare, ma il clima in quell’acquitrino è cambiato”.

“Bè il tradimento è stato provvidenziale, io ora non vivrei in questo mondo incantato, ma sarei ancora lì a sorvolare lande infestate di presenze pericolose”.

“Cara farfalla non so esattamente cosa mi stia succedendo, ma sto incontrando dopo tanto tempo meravigliose creature che credevo mai più avrei potuto rivedere, ed invece le sto incontrando nel più splendido paradiso che mai avrei potuto concepire”.

“Albanotte, amico mio, il mio tempo sta per terminare. Ora dovrò visitare un livello superiore, quello in cui le creature vengono istruite dalle grandi guide”.

“E chi sono le grandi guide?”

“Tempo al tempo, prima o poi le conoscerai anche tu. Addio e grazie”.

“Albannotte, non ti addolorare, ci siamo sempre noi” disse la farfalla variopinta.

“Avete finito, è ora di dormire, basta che arrivi un uomo e non si sta più tranquilli. Parole, parole, parole. State zitti tutti e pensate”.

Il gufo brontolone si era svegliato di cattivo umore, tanto per cambiare.

“Albanotte ti porge le sue scuse e i suoi ossequi”.

“Onorato! Zitto muso da allocco” sbuffò il gufo.

“Ok, stop” si arrese Albanotte.

Albanotte si fermò ad osservare la sua torre e pensò che il gufo era proprio la creatura più indisponente che avesse incontrato. Siccome capì al volo che il gufo aveva compreso esattamente il suo pensiero e stava per ribattere, si concentrò sul suo muro. Era rimasto indietro col suo progetto, oltre i sette livelli di mattoni non era più andato e qualcosa impediva la sua ascesa. Molti, troppi pensieri affollavano la mente e lui non riusciva a comporli esattamente come le tessere di un mosaico che trovano la loro naturale collocazione. Quello che gli accadeva era così straordinario che faticava a definirlo.

“Oh, finalmente il gufo si è svegliato e se ne andrà per altri lidi” era stato il grillo a parlare “sai di giorno brontola sempre, lui vuol dormire perché deve essere sveglio di notte e così noi dobbiamo starcene bravi perché i signori nottambuli devono riposare. Ok, Albanotte, volevo parlare con te, è da un po’ che non ci si vede vero? Senti, ma, non ti sembra strana l’idea della torre?”

“Affatto, voglio andare lassù e raccontare a Dio tutte le meraviglie che ho trovato, poi non ho bisogno certo dei tuoi consigli, inoltre voglio cercare di meditare perché proprio non ci capisco più niente”.

“Ok, come vuoi tu, ma ricordati che se avrai bisogno, potrai contare su di noi”.

Albanotte decise che quella giornata aveva portato insperate esperienze e quindi sarebbe stato più saggio cercare di dormire. Il sonno avrebbe portato forse buoni consigli.

“Adesso sei tu che mi stai disturbando” disse Albanotte.

Il gufo brontolone era giunto nella radura e si era posato su un ramo di quercia.

“Mi dispiace deluderti, Albanotte, ma in realtà stai dormendo e stai facendo un bellissimo sogno, visto che il protagonista principale sono io”.

“Sembra che la notte migliori il tuo carattere, credevo che l’autoironia non facesse parte di te”.

“Prova tu a essere disturbato continuamente quando dormi e poi dimmi se sei contento”.

“Ma scusa in un bosco così grande è mai possibile che ci siano così tanti disturbi? Perché non cambi albero?”

“Bravo, bella idea, sarebbe certo molto comodo per me, sarebbe facile trovare una zona silenziosa, ma se io sono stato affidato a te, come potrei poi comunicare?”

“Tu sei stato affidato a me?”

“E non solo io, anche le altre creature con cui sei entrato in contatto, stiamo tutti lavorando per te”.

“Questa poi. Essere in balia di uno stormo di animali. Io cerco di salire fino a Dio e cosa succede, entro in contatto con voi. Questo mi onora, non avrei mai pensato di poter vedere una simile armonia, ma mi sembra di essere imprigionato dentro me stesso, come faccio ad arrivare fino a Dio?”

“Bella domanda Albanotte, davvero bella domanda. Sai quando ci sarai arrivato te ne accorgerai da solo”.

“Come faccio ad accorgermene da solo, sì, me ne accorgerò quando la mia torre sarà così alta da toccare il cielo”.

“Ah povero Albanotte, proprio fai fatica a capire. Tutti così gli uomini, spesso vivono esperienze straordinarie e cosa succede, neanche se ne accorgono e continuano imperterriti coi loro progetti insulsi… Non ti preoccupare ci vorrà solo tempo, è sempre questione di tempo, sappilo. Ma prima o poi la tua mente si aprirà un po’ di più e arriverai a trovare la pace. Il tuo sogno sta per terminare, è ora che me ne vada, non ricorderai niente. Anche se non ti ho dato un grande consiglio è fondamentale che sia tu stesso a trovare la via giusta, che è quella giusta per te. Noi siamo solo impulsi che ti spingono alla ricerca, ma il lavoro devi farlo tu”.

“Il lavoro lo sto facendo io, non è forse mia l’idea della torre?”

“Francamente non mi sembra una grande idea, visto che focalizzi la tua attenzione solo sulla tua visuale. Attento, sta diventando un chiodo fisso. Ma non ti accorgi che stai incontrando amici che avevi lasciato da tempo e ora li stai ritrovando in una dimensione sublimata? Non ti sembra di essere entrato già in un’ottica universale? Ma perché deve essere così difficile da capire. Proprio non ti va di mollare i vecchi riferimenti”.

“E’ tutto così nuovo e meraviglioso per me. E’ tutto così inafferrabile, ma come posso trattenere i miei pensieri e renderli più corposi?”

“Non puoi trattenerli, fanno parte del mondo dei colori e delle emozioni e l’unico modo per trattenerli è scriverli!”

“Scriverli, da quanto tempo non scrivo… io voglio incontrare Dio, non scrivere!”

“Ci risiamo, muso da allocco e testa di piombo. Ci vorrà più tempo del previsto, pazienza. Sogni d’oro Albanotte, domattina cerca di non disturbarmi. Addio”.

Albanotte quel mattino si svegliò di pessimo umore, aveva l’impressione di essere passato sotto un treno. Era stanchissimo anche se aveva dormito sodo.

“Più si dorme, più ci si impigrisce” disse, ma subito ricordò il gufo scorbutico che avrebbe brontolato di lì a poco e così si zittì e cominciò a pensare.

“Chissà quante prede stanotte, lo credo, per dormire così a fondo deve avere la pancia piena. E sta russando per lo più, ci mancava anche questa”. Decise di uscire dalla sua torre e di inoltrarsi nel bosco per fare una passeggiata, aveva bisogno di cambiare aria e soprattutto pensieri, visto che al momento aveva l’impressione di essere leggermente fossilizzato nel suo progetto.

Quella passeggiata fu provvidenziale, il bosco era davvero incantevole. Il profumo della terra penetrava nelle sue narici e aveva l’impressione di radicare lui stesso, si sentiva parte integrante di quell’ambiente. Anche lì fece molti incontri, ma nessuno comunicava con lui; un pettirosso gli volò così vicino che quasi lo scontrò.

“Ehi, sei orbo, guarda che ti fai più male di me se mi vieni addosso, stai attento”.

Per tutta risposta silenzio. Il pettirosso andò a poggiarsi su una zolla di terra dove già alcuni merli stavano sfrattando molti lombrichi dalla loro casa, l’umidità della notte li aveva spinti ad affiorare dalla terra. Albanotte aveva l’impressione di essere trasparente.

“Perché nessuno mi considera?”

I merli e il pettirosso proseguirono il loro pasto a lombrichi e non diedero cenno d’intendere le sue parole.

“Forse nessuno ha voglia di socializzare qui?”

Niente, non lo degnarono di una risposta. Proseguì la sua passeggiata. Scoprì meravigliose radure qua e là, sparse per il grande bosco. Si sedette per riposare nei pressi di un sonoro ruscello. Verdi raganelle disturbate dal suo arrivo saltellarono lontano da lui. Il sole si specchiava in quella limpida acqua e accecava a tratti il suo sguardo.

Nuove parole affiorarono alla sua mente, si sentiva piacevolmente cullato da emozioni impalpabili e aveva un grande desiderio, comunicare il suo pensiero, semplicemente così come fluiva naturale dalla sua mente.

E allora si mise a parlare, parlare, parlare, ma nessuno dava cenno di intenderlo.

“Non mi sono forse state affidate le creature? Perché allora non mi vogliono più ascoltare?”

La vita in quella bellissima radura, si svolgeva regolarmente, coi suoi profumi, suoni, colori. Nessuno però considerava Albanotte, era come facesse parte di un altro universo. Api, libellule, farfalle, grilli, raganelle, formiche, tutti gli abitanti del prato che incontrava vivevano la loro giornata naturalmente, senza far cenno di comunicare con lui. E così se quella giornata era iniziata con un fastidioso mal di testa non terminò certamente meglio.

Sempre più confuso da accadimenti incalzanti e meravigliosi che non sapeva armonizzare gli uni gli altri, ritornò verso la sua radura, dove l’attendeva la sua torre, nella speranza di poter trovare un filo conduttore che unisse i suoi pensieri in un tutto logico e soddisfacente. Di ciò aveva estremo bisogno, una forte apprensione attanagliava il suo cuore. Aveva l’impressione di avanzare e retrocedere in continuazione e si sentiva mal sopportato dalle creature del luogo. La più grande consolazione era il ricordo indelebile e meraviglioso lasciato da quei vecchi amici che aveva incontrato. Ripensava ai cavalli, a Checco, alla farfalla azzurra, tutti erano stati molto felici di rivederlo.

Giunse alla sua radura che era ormai tramontato il sole, si sdraiò all’interno della sua torre di luce e subito si addormentò. Fu una notte quieta e rigenerante, la mattina seguente avrebbe portato una serena consapevolezza. Un senso d’attesa pervadeva la torre. Un insolito brusio accolse il suo risveglio.

Il gufo era sveglio e di buon umore e stava chiacchierando amabilmente col grillo, la farfalla e lo scorpione. Ma i quattro si zittirono non appena si accorsero che Albanotte si era svegliato.

“Buona giornata a te Albanotte” disse il gufo.

“Che succede stamattina, amici? Mi sembra di respirare un’aria diversa”.

“Sai eravamo preoccupati per te, ieri non ti abbiamo visto e non sapevamo cosa pensare”.

“Ho fatto una passeggiata nel bosco e ho meditato molto”.

“Un arcobaleno per i tuoi pensieri”.

“Cosa?”

“Vuol dire che se ci onorerai dei tuoi pensieri, noi ti faremo dono di uno splendido arcobaleno!”

“E in virtù di quale potere voi potreste produrre un arcobaleno?”

“Sai le forze dell’acqua e della luce sono sempre pronte a collaborare, se si tratta di una buona causa, naturalmente”.

“Naturalmente”.

“E allora il tuo progetto?”

“Quale progetto?”

“Oh cielo onnipotente! Ma la tua torre. Ci sembri leggermente ancorato”.

“Vi sembro bene. Lo sono. Ieri nel bosco non sono riuscito a parlare con nessuno, tutti quelli che incontravo sembrava mi evitassero”.

“Non ti evitavano affatto, eri tu che non li intendevi, non eri forse fuori dalla tua torre?”

“Certo che ero fuori dalla torre. Ho paura di essermi perso, sto confondendo il giorno con la notte, il sonno con la veglia, la realtà con la fantasia e non so più se devo continuare a costruire la torre o se è pura follia l’aver pensato di raggiungere Dio con una costruzione terrena”.

Il gufo e gli altri amici erano pensierosi, per la prima volta non sapevano come aiutarlo.

“Caro Albanotte se non riesci a trovare il filo conduttore dovremo ricorrere all’elfo del piano base”.

“Cosa? L’elfo del piano base?”

Uno splendido arcobaleno comparve all’improvviso sopra la torre di Albanotte e una creatura eterea, una creatura di sogno come mai aveva visto, discese sinuosamente dall’arcobaleno.

Aveva lunghe ali slanciate, si poteva definire l’idea stessa dell’eleganza fatta creatura. Il suo colore era bianco latte con sfumature azzurro e oro, il sorriso dolcissimo.

Albanotte ebbe l’impressione di essere abbracciato da quella immagine, come se avesse visto un amico, dopo tanto tempo. Quella sottile figura si avvicinò ad Albanotte il quale percepì un vago tepore, per la frazione di un attimo ebbe l’impressione di ritrovarsi nel caldo tepore della sua culla…

“Ciao Albanotte, il mio nome è Silen, ti ricordi di me?”

“Ecco dove ti ho incontrato per la prima volta, è stato quando ero nella culla, infatti la tua energia mi ha ricordato quello che ho provato nella culla”.

“Sì, Albanotte, sono uno degli amici che ti hanno dato il benvenuto quando sei nato e sei giunto a far parte di questo mondo, naturalmente poi te ne sei dimenticato…”

“Che gioia ritrovarti Silen, ma come ci si può dimenticare di creature come voi?”

“Tutto come da copione, non ti preoccupare, di notte nei sogni molte volte ci siamo incontrati, ma poi di giorno il ricordo svanisce. I tuoi amici mi hanno chiamato perché sono preoccupati per te. Sei leggermente ancorato al tuo progetto vero?”

“Mi sembra a volte di affondare in una palude, nel senso che non riesco a sistemare le tessere dei fatti che mi accadono. Mi stanno accadendo cose meravigliose, ma non riesco a gestirle. Non so più dove mi trovo, mi sembra tutto così surreale…”

“Caro Albanotte, devi sapere che io sono l’elfo del piano base, è possibile incontrarmi solo quando è stato sufficientemente analizzato il piano base o terrestre”.

“Silen, non credo di aver analizzato a sufficienza il piano base come dici tu, infatti le mie idee ti assicuro che sono confuse, anzi non sono mai state così confuse in vita mia”.

“Proprio per questo hai analizzato a sufficienza, hai iniziato a dubitare di tutto e questo è il punto di partenza. Solo quando la tua mente ti porta a dubitare di ogni possibile riferimento, allora sei pronto ad andare oltre, capisci?”

“Forse comincio a capire, Silen, ma non credi che si rischi di uscire pazzi da questo stato?”

“Non è possibile, io sorveglio tutti i pensieri di ricerca superiore, sono stato scelto da Dio per fare questo, quindi la pazzia come dici tu non è una possibilità contemplata”.

“Eppure la pazzia esiste, Silen”.

“Sì esiste, ma non è un incidente di percorso”.

Albanotte non osava ribattere, non aveva mai neppure sospettato di essere protetto a tal punto…

“Quale aiuto puoi darmi, Silen? Ti sembra saggia l’idea della torre?”

“Da quando hai scelto questa possibilità che cosa ti è accaduto?”

“Mi è accaduto di tutto, sono entrato in contatto con le creature del bosco, ho ritrovato degli amici che avevo incontrato in un’altra dimensione e poi ho incontrato te, Silen”.

“Se questa scelta ti ha aperto una via luminosa allora mi sembra una scelta saggia. Vedi quando si lascia il piano base è naturale essere molto confusi, perché gli altri piani hanno caratteristiche molto differenti”.

“Ma io continuo a far parte del piano base, come lo chiamate voi”.

“Proprio da questo dipende la tua confusione, ti trovi a dover fare i conti con parametri diversi e allora quello che ti sembrava l’idea più giusta per te, cioè il progetto della torre, ti sta creando dei problemi. Il progetto è giusto, ma non potrai realizzarlo facendo affidamento su dei mattoni di vetro. Potrai arrivare in alto solo se sublimerai la tua torre”.

“Vuoi dire Silen, che dovrò idealizzare questa costruzione?”

“Vedi Albanotte non è necessario lasciare fisicamente il piano base per interagire coi livelli superiori, perderesti un’ottima occasione, perché se lasciassi fisicamente il piano base, non potresti più ritornarvi. Se il tuo scopo è quello di trovare Dio, il tuo conseguente desiderio sarebbe di manifestare alle altre creature i risultati delle tue ricerche, non credi?”

“E’ vero Silen, vuoi dire che dovrò convivere con l’incertezza?”

“I tuoi pensieri saranno più chiari adesso che hai comunicato con me. Io ti ho aperto l’accesso ad altri livelli”.

Albanotte provava una gioiosa serenità, si sentiva fiducioso, ora intuiva che sarebbe riuscito a convivere coi suoi dubbi e le sue incertezze.

Osservò quello splendido elfo fluttuare qua e là mentre parlava.

“Sai devo dirti che hai costruito un’ottima base. Ma dimmi, quegli amici di cui mi parlavi, che avevi incontrato in altre dimensioni, raccontami di questo incontro”.

“Devo ammettere che è stato un incontro fantastico. E’ rimasto un ricordo chiaro perché ho scritto dei racconti…”

“E questi racconti si sono materializzati, non è vero?”

“Si sono materializzati, ma sono frutto della mia mente”.

“Non pensi che questi racconti siano stati materializzati e siano diventati una creazione reale e indipendente?”

Albanotte era stupito dalle parole di Silen.

“Addio Albanotte, ora sei pronto per procedere da solo. Hai molti elementi con te, più di quelli che ti possono servire”.

“Addio Silen, temo che non ti rivedrò molto presto”.

“E chi può dirlo, non racchiuderti mai nelle certezze”.

Il gufo e gli altri amici osservarono attentamente la fantastica scena, da molto tempo non incontravano l’elfo del piano base ed ogni volta restavano calamitati dalla sua bellezza.

“Albanotte”.

“Che meravigliosa creatura, cari amici. Ho ricevuto tali informazioni che immagino sarà necessario molto tempo per poterle assimilare”.

“Ricordati che il tempo lo decidi solo tu”.

“Già, come tutto il resto a quanto pare”.

“Sento profumo di saggezza” disse il gufo.

Il giorno di Silen, così lo avrebbe in seguito sempre ricordato Albanotte, giungeva al tramonto.

Il tempo si espandeva e si contraeva magicamente, ma i momenti più belli erano il tramonto e la notte. Il tramonto portava colori insperati e la notte una dolce nostalgia, perché era il momento del magico incontro con le creature sovrumane. E allora una dolcezza nuova cullava il suo cuore inquieto e i suoi pensieri inesorabilmente vagabondi.

Quella notte fece un sogno meraviglioso: vagava, privo di peso, in un oceano sconfinato di luce bianca, si sentiva protetto, come fosse dentro una bolla trasparente di sapone; un pittore immaginario spargeva tracce eteree di azzurro e oro. Quei colori soffusi erano l’essenza stessa del suo viaggio in quello spazio sconfinato, li sentiva dentro e fuori di sé, erano il suo elemento e alimento inestinguibile. La pace si era impadronita della sua mente, vagava semplicemente in quella beatitudine sconfinata e non si poneva più domande. A poco a poco, quella visione si dissolse e lui si accorse di aver contemplato e vissuto come alimento essenziale i colori di Silen, l’elfo del piano base.

Il mattino si svegliò sereno e in pace con se stesso, per la prima volta, dopo tanti giorni. Si guardò attorno, la radura era ricoperta da una nebbiolina ovattata, il sole nascosto da grosse nubi tratteneva i suoi raggi oltre la corte. Decise di fare una passeggiata nel bosco. Quella mattina era insolitamente silenziosa e pensò che le creature del bosco preferissero rimanere nei loro nidi e nelle loro tane, probabilmente di lì a poco avrebbe cominciato a piovere.

“Accade sempre così quando il bosco è onorato dalla presenza di Silen, il giorno dopo il bosco rimane in riposo. E’ l’effetto magico della sua energia, lascia in tutti noi un senso di sospensione, ci sentiamo cullati dalla sua presenza anche parecchio tempo dopo che lui se n’è andato via. Non hai anche tu la nostra impressione?” un meraviglioso pettirosso osservava incuriosito Albanotte.

“Ma tu sei quel pettirosso che mi ha quasi scontrato l’altro giorno mentre passeggiavo e non si è neanche preoccupato di farmi un cenno d’intesa?”

“Presente, proprio io, Albanotte ma mi dispiace deluderti. Eri così concentrato nei tuoi pensieri che non hai percepito niente. Avevi pensieri troppo pesanti. Solleva i tuoi passi, bè ora li hai sollevati altrimenti non mi avresti capito. Scusa ormai hai ricevuto il dono, dimenticavo. Con il dono di Silen potrai comunicare liberamente con tutte le creature, a patto che tu non materializzi troppo i tuoi pensieri, naturalmente. Ti saluto e ti auguro buona passeggiata”.

Quella soffice nebbiolina non infastidiva Albanotte, anzi si sentiva maggiormente ricettivo. Una sottile pioggia iniziò a cadere. Per la prima volta assaporava la melodia delle gocce.

Sentì la danza su sè stesso, sulla testa, sulle spalle, sui suoi vestiti, su tutto il suo corpo. Si sedette su un masso ricoperto di muschio e sentì le gocce cadere, una dopo l’altra, lievi, scivolavano sul suo viso, sul collo, sul torace, in breve tutto il suo corpo era intriso di pioggia. Rimase lì, a sentire la carezza del cielo nuvoloso. Era parte del bosco, del masso, del muschio, della terra, si sentiva rinascere fra le creature terrene e percepiva tutte le loro emozioni; sentiva il sospiro del muschio intriso di linfa vitale, l’inspiro profondo della terra che accoglieva ogni goccia come nettare prezioso. Sentiva il respiro regolare e consapevole dei massi di pietra, dei tronchi degli alberi. Un armonioso sollievo avvolgeva tutta la vallata in una presenza consapevole. Tutto il bosco sapeva di esistere e di svolgere un ruolo fondamentale. Era il supporto essenziale per le ricerche di Albanotte, senza quelle meravigliose creature non ci sarebbero state risposte e lui avrebbe vagato senza meta.

“Le risposte delle creature non possono che riflettere la presenza del creatore”. Pensò fra sé.

Percepì un nuovo senso di appartenenza, di unione indissolubile con tutto quello che lo circondava e per la prima volta si accorse di essere lontano dalla sua torre; la sua radura, pensò, doveva essere parecchio distante. Si alzò, grondante d’acqua e si diresse verso la radura, vi giunse al calar della notte proprio mentre il cielo si scopriva dalle nubi foriere di pioggia e mostrava uno splendido firmamento. Una meravigliosa luna piena illuminava la radura, facendola risplendere di luce riflessa. Era la magica presenza delle gocce di pioggia che riflettevano le luci delle stelle. Quelle luci iniziarono rapidamente a danzare alla presenza di uno zefiro complice e sonoro.

Una luce lattea ammantava la radura, riflessi azzurri e dorati dipingevano i mattoni del suo muro; apparivano ora una cinta invalicabile di colore tenue e compatto. A poco a poco l’aria ritornò limpida tutt’attorno a lui. Distingueva perfettamente i colori della sua torre, dalla cristallina trasparenza ora apparivano sfumati d’azzurro, oro e bianco.

Lentamente quei tenui colori iniziarono a dissolversi e con loro si dissolsero i mattoni della torre.

Si ritrovò solo, al centro della radura, osservava il perimetro perfettamente circolare dove aveva costruito la sua torre che ora era sfumata in una danza di colore evanescente. Restò per sempre nel suo cuore il ricordo di una meravigliosa immagine: i colori di Silen avevano sublimato la sua torre

Albanotte e il Guardiano dei Sogni

Ah, povero Albanotte, ha quasi il potere di destabilizzarmi…

Silen, l’elfo del piano base, percepiva un’attività febbrile nella mente di Albanotte.

– Che anima inquieta…Riesce a trasmettere ansia persino a me!

Albanotte sognava, ma le creazioni della sua mente portavano scompiglio persino nel mondo dei sogni.

Il guardiano Nebula era preposto alla guida dei sogni tranquilli e con Albanotte aveva il suo bel da fare, egli aveva il compito di eliminare le interferenze che potevano creare apprensione. Era così grande il desiderio di Albanotte di aiutare le creature terrene che i suoi sogni stavano interferendo con quelli di altri sognatori. Quella notte era cresciuto così tanto da diventare più grande della Terra e le sue braccia addirittura avvolgevano l’intero globo. Albanotte guardava con meraviglia il suo pianeta. La terra ruotava attorno al suo asse ed una luce pulsante ora emanava dal suo centro, sembrava che il cuore della terra entrasse in risonanza coi pensieri di Albanotte e cercasse di comunicargli la sua riconoscenza. Nebula osservava piacevolmente stupito la scena che si presentava ai suoi occhi. La terra emanava luce e sembrava che il suo corpo si trasformasse. Questa luce viva sublimava i contorni delle terre e dei mari. I colori diventavano più brillanti, i mari apparivano azzurri e cristallini e il manto di prati e boschi di un brillante verde smeraldo. L’abbraccio di Albanotte avvolgeva tutta la Terra ed il suo respiro diventava sempre più regolare e calmo, come regolare e calmo risuonava il cuore della terra. Nebula osservava stupito e compiaciuto della qualità del sogno di Albanotte.

– Il nostro amico ha avuto un sogno tranquillo – disse Nebula a Silen.

– Tranquillo e molto… creativo – rispose Silen.

L’interferenza che si creava coi sogni delle altre persone stava nella forza con cui Albanotte li portava a compimento. Normalmente gli altri sognatori si limitavano a percepire le immagini che si presentavano alla mente, tutto sotto il controllo del saggio Nebula, il cui compito era molto importante, perché tutto ciò che non era in grado di filtrare a livello di immagine passava sotto il controllo del guardiano dei sogni agitati: Ombrenere era il suo nome, che ben si presenta come un programma chiaramente definito…

Ombrenere non era amato da Nebula e naturalmente tanto meno da Silen, i quali si trovavano purtroppo spesso ad agire per neutralizzarlo. Nebula si era accorto che la qualità dei sogni di Albanotte era particolare perché in grado di attrarre l’attenzione di altri sognatori i quali venivano spesso calamitati e si trovavano a far parte inconsapevolmente, dello stesso sogno. I rari sognatori che al mattino erano in grado di ricordare rimanevano stupiti dalla bellezza e dal fascino di quello strano e quasi indescrivibile sogno che avevano fatto la notte precedente. In compenso anche chi non ricordava passava comunque una giornata tranquilla…

Albanotte in passato aveva turbato non poco le creature con l’ambizioso progetto della costruzione della torre che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, arrivare fino a Dio… Adesso era arrivato nel mondo dei sogni, qui i problemi potevano aumentare perché per Nebula e Silen era più difficile aiutarlo…egli infatti aveva acquisito maggiore autonomia. Albanotte era cresciuto e voleva fare tutto da solo, testardo com’era chissà dove pensava di arrivare.

– Che profumo inebriante… – Nebula aveva percepito il sogno di Albanotte, il quale passeggiava in un bosco meraviglioso e raccoglieva delle viole, il loro colore era intenso e nel loro cuore brillava un giallo sole pulsante.

Sembravano vive ed erano molto più grandi di quelle che nascono normalmente nei boschi nel mese di marzo. Si muovevano, ondeggiando, fra le mani di Albanotte, avevano vita autonoma e parevano felici di poter stare accanto a lui. Erano piccole creature di energia e non avevano necessità di essere nutrite da acqua. Albanotte camminava lentamente, talvolta incontrando altri sognatori, lui li salutava donando loro una viola profumata. Una grande armonia aleggiava attorno…le viole…quegli odorosi fiori vellutati che giungevano proprio con gli ultimi freddi del tempo invernale, salutavano gioiosi il tramonto della gelida stagione e davano il benvenuto alla primavera. Con le gialle primule detenevano il primato del passaggio ad una nuova stagione.

Sì, una nuova stagione, nuova e antica come il tempo, sempre nuova e sempre diversa perché nuovo e diverso è l’approccio dei protagonisti che perpetuano il passaggio a nuova vita. Così misterioso e così semplice come l’alternarsi delle fasi di un respiro, necessariamente, eternamente ripetitive per poterne garantire la continuità. Albanotte amava così tanto quel fiore che lo aveva chiamato il fiore del passaggio. Passaggio come tappa fondamentale di cambiamento, passaggio fra due realtà…

Albanotte aveva la fortuna di ricordare i sogni che faceva e sentiva in cuor suo una grande pace. Stava ritornando col pensiero all’immagine della sua beneamata Terra e si chiese stupito come avesse potuto formarsi nella sua mente una visione così particolare. Rivisse quei momenti: pensava alla sua Terra e riusciva a vedere solamente la bellezza che da essa traspariva, vedeva la parte più bella della natura così come era stata fatta dal Creatore e vedeva le creature di tutti i regni. Era una visione davvero in netto contrasto con la realtà attuale del suo pianeta, ma Albanotte non riusciva ad accettare la sofferenza del pianeta come un fatto scontato e definitivo, per lui era forse un passaggio, chissà, un momento triste, ma sapeva dentro di sé che quella non era la vera realtà perché la Terra che lui vedeva nei sogni era vera e reale, così vera e reale che sentiva lo stesso cuore pulsante della Terra reagire positivamente ai suoi pensieri. Sembrava che la Terra volesse rispondergli: sì, è davvero così che io sono, proprio come tu mi vedi. Questa immagine dava molta pace ad Albanotte che ora si chiedeva che cosa avrebbe potuto fare, allora, per aiutare le sofferenze che, purtroppo, quando non sognava, ovunque, vedeva attorno. Era come se vivesse due realtà distinte, molto differenti fra loro, ma che misteriosamente confluivano in un’unica realtà. Proprio come due facce della stessa medaglia. Cominciava a chiedersi come ciò fosse possibile. E poi quelle splendide viole, i fiori del passaggio, che misteriosamente si insinuavano così spesso nei suoi sogni…I sogni di Albanotte si espandevano nel tempo, oltre che nello spazio, sconfinavano oltre le ore della notte, diventavano creazioni autonome, tanto che Nebula, si era assunto il gravoso onere di proteggere Albanotte anche quando sognava ad occhi aperti.

– Sembra che questo ragazzo perda il senso della misura, ma devo ammettere che c’è una coerenza creativa nei suoi sogni e questo mi fa ben sperare…- Nebula aveva infatti notato che pur interferendo coi sogni di altri sognatori non creava loro problemi, anzi sembrava che li influenzasse positivamente. Fu così che proprio in sogno Albanotte fece il primo grande incontro con un sognatore davvero sui generis. Si chiamava Ermione, era una ragazza forse più grande di lui come età, ma da subito condivise con lei la passione per il fantastico…

E si ritrovo a crescere, sempre di più, sempre di più, o forse era la sua Terra che rimpiccioliva, questo sarebbe sempre stato un mistero difficile da capire. Si ritrovò più grande della Terra ad osservarla da buona distanza. Notava gli oceani cristallini, ora calmi, ora agitati. Vedeva candide nuvole che accarezzavano la sua atmosfera. Sentiva venti sonori che scuotevano le acque e le cime degli alberi… Sentiva i profumi… inebrianti essenze marine e montane, e poi il tepore del sole, e ora percepiva chiaramente che costituiva davvero l’elemento base per la vita delle creature, di tutte le creature…

Inspirò profondamente come a voler trattenere tutta quella bellezza che vedeva. Chiuse gli occhi, li riaprì e il suo sguardo si perse nel cielo. Fù attratto da un’insolita visione: una grande bolla trasparente, al suo interno una ragazza che si dondolava beatamente, felice come non mai, osservava lui e la Terra.

– E tu chi sei?

– Ciao Albanotte, mi chiamo Ermione, ti osservavo, proprio un bel pensiero.

– Ci conosciamo?

– Direi da poco tempo, sono stata attratta dalla tua immagine… davvero degna di un grande sognatore, non avrei fatto di meglio credo… vorrei solo darti un piccolo consiglio, attento a Ombrenere, è un vero rompiscatole, ma io ho subito capito il suo segreto, per neutralizzarlo basta fargli il solletico, lui scoppia a ridere e il suo effetto malefico svanisce.

– E chi è Ombrenere? Mi stai prendendo in giro, non siamo mica in una favola…

– No, siamo più che in una favola, siamo nella realtà!

– E tu come fai a conoscere Ombrenere?

– L’ho semplicemente osservato mentre tu abbracciavi la Terra, era intenzionato a spaventarti facendoti credere che tu fossi qui col corpo fisico e che stessi per cadere…così tu ti saresti svegliato di soprassalto e addio sogno, almeno per stanotte.

– Sogno, sì, vabbè, si fa per dire. Sai l’intento di Ombrenere è proprio quello di fare azione di disturbo. Ma io ho capito il suo punto debole, mi sono fiondata mentalmente, gli ho fatto il solletico, lui si è spaventato a morte e si è dileguato con la coda fra le gambe, così l’azione di disturbo stavolta l’ho fatta io. Tu Albanotte, naturalmente, non ti sei accorto di niente…

– Assolutamente no, dovrò stare più attento. Caspita, ho a che fare con una professionista, credo tu possa fare molto meglio di me.

– Direi proprio di no. Creare immagini così belle è da pochi…è solo che io sono forse un po’ più sveglia di te. Non avertene a male, intendo dire più sveglia nel senso che mi guardo attorno e vedo più di te gli ostacoli, tu sei così assorto nei tuoi pensieri giorno e notte da escludere la possibilità di poterti imbattere in incontri spiacevoli.

– Hai ragione, non avrei mai pensato che ci fosse il disturbatore dei sogni.

– Così come c’è chi li protegge, si chiama Nebula, sai se non fossi intervenuta io col solletico ti avrebbe certamente aiutato lui. Ma sai è sempre meglio essere attenti.

– Per essere attenti bisogna essere svegli.

– Si può essere attenti pur essendo nel sonno, non siamo forse nello stesso sogno e non stiamo forse sognando?

– Credo di sì, ma sembra così reale.

-Perché il sogno è reale. Stanno solo riposando i nostri corpi fisici, per il resto siamo svegli più che mai.

– Credo tu abbia ragione, Ermione, c’è un po’ di confusione in questi mondi.

– Basta considerare che quando dormi in realtà sei sveglio e quando sei sveglio in realtà sei tutto sognato.

– No, aspetta, mi sto perdendo.

– Ma sì dai che ci arrivi da solo, quando sei sveglio ti accadono tante cose, tutto e il contrario di tutto, è tutto illusorio perché cambia in continuazione, quando sogni invece stati creando i tuoi desideri. Semplice, no?

– Detto da te, così semplicemente, sembra quasi vero.

– Ma è quasi vero, anzi direi vero senza quasi. Prova a rifletterci su. Credo che ormai che si è stabilito il contatto ci incontreremo ancora nei sogni. È ora del risveglio, sta sorgendo il sole per me.

– Ma se siamo in piena notte.

– Per te sì, io vivo in Russia.

– Cosa? E com’è possibile che ci capiamo così bene, non parliamo la stessa lingua.

– Di giorno no, ma di notte la lingua è universale.

– Che magnifico sogno, grazie, Ermione, buon risveglio.

Di lì a poco la bolla cristallina di Ermione si allontanò a velocità indescrivibile e Albanotte vide quella simpatica ragazza aprire gli occhi, sorridente, vide la sua camera semplice e spaziosa. L’ultima cosa che notò fu una coda che scodinzolava festosamente ai piedi del suo letto…era il suo cane.

Si ritrovò lì, solo nell’universo a fluttuare fra la Terra e le stelle, felice di aver creato un sogno molto reale. Ma ora avrebbe potuto contare sull’aiuto di altri sognatori che come lui amavano fluttuare nel grande spazio della creazione.

In cuor suo si era sempre chiesto perché Dio avesse creato tanto spazio vuoto, la sua risposta, quella che lui aveva maturato dentro di sé era che Dio nella sua infinita saggezza aveva deciso così perchè di notte la mente fosse libera di fluttuare e avesse il potere di creare i suoi desideri.

Questa era la sua convinzione, anche se condivisa da un numero estremamente esiguo di persone. Quante nuove informazioni gli erano state date da quel sogno, avrebbe impiegato non poco tempo per elaborarle pienamente. Ciò che lo affascinava particolarmente era la possibilità di entrare in contatto con sognatori così lontani e di comprenderli perfettamente. Che fantastica realtà stava vivendo.

Il primo raggio di sole spuntò anche per lui e si ritrovò a socchiudere gli occhi alla luce del giorno, sereno e felice come non mai.

Nebula e Silen osservavano compiaciuti la scena che si era svolta sotto il loro controllo.

– Hai mai visto niente di simile Nebula? Questa sfera è di tua competenza, ma mi sembra che le vecchie regole dei sogni stiano cambiando…

– Bè, Silen, siamo così in un mondo impalpabile, proprio per questo di solito, tutto quello che avviene nel sonno rimane sospeso, ovattato, indefinibile. Io stavo osservando Albanotte che mi dà non poche preoccupazioni, ma devo ammettere che la sicurezza di Ermione mi lascia stupefatto. È estremamente intuitiva. Ha percepito immediatamente il segreto di Ombrenere, credo che sia la prima volta che accade, l’avessi saputo io avrei fatto molto meno fatica a contrastarlo.

– Sì, Nebula, io non sono certo competente come te nel mondo dei sogni, io faccio parte del piano base, ma ti devo dire che questa vittoria di Ermione mi preoccupa un po’, mi preoccupa la sua certezza. Temo che Ombrenere non si arrenda così semplicemente…

Silen e Nebula stupiti e preoccupati tornarono con la mente alla splendida immagine di Albanotte e della Terra di luce.

Già, la Terra di luce, perché appariva insolitamente luminosa nel sogno di Albanotte assomigliava sempre di più ad una stella anziché ad un pianeta.

Questo insolito effetto era recepito misteriosamente anche dalle creature, le quali si sentivano sveglie e gioiose e neppure si chiedevano il perché.

Possibile che un sogno potesse influenzare tutto il creato? Possibile che un sogno potesse creare benessere persino alle creature che abitavano la Terra? Un insolita energia pulsava ovunque. Ma era forse solo un sogno, sì, perché al di là del sogno, ciò che accadeva nel mondo non delineava davvero una situazione idilliaca. E allora che cosa stava accadendo? Nebula e Silen non sapevano dare una risposta chiara.

Si limitavano ad attendere.

Nel frattempo Albanotte ed Ermione stavano portando avanti il loro sogno.

– Piacere di ritrovarti, Ermione.

Un sogno nitido accoglieva i nostri protagonisti.

-Ti ho portato un piccolo dono, cosa ne pensi?

– Penso che non ho mai visto una viola così bella.

Albanotte fluttuava attorno alla Terra e aveva portato una splendida viola come dono per Ermione. Una grande, magnifica viola dal colore molto intenso. I petali avevano l’apparenza del velluto ed uno spessore che andava al di là di qualsiasi immaginazione, davano proprio il senso della profondità. Non era davvero facile descrivere questo fiore, il profumo che emanava da esso era persistente e soavissimo.

– Che meraviglioso pensiero questa viola. Grazie infinite.

– Il piacere non è solo mio vedo. Disse Albanotte.

– Il piacere non è solo tuo, ma è condiviso in questa splendida visione.

I due fluttuavano come onde tranquille attorno alla Terra.

– Guarda quell’isolotto, Albanotte.

Al centro di un isolotto sperduto nell’oceano Pacifico un vulcano stava per eruttare.

Che spettacolo! Un cuore di lava debordava dal cratere invadendo le fiancate della montagna. L’abbondante fuoriuscita di lava travolgeva migliaia di grandi alberi che avevano preso dimora sulle pareti.

– È un risveglio immediato, chissà da quanto tempo dormiva… povere creature, chissà quanti animali sono stati travolti…disse tristemente Albanotte.

– Non addolorarti sai benissimo che molti animali hanno percepito il risveglio e tutti quelli che hanno potuto si sono allontanati, per tutti quelli che invece non ce l’hanno fatta bè, il loro percorso non termina qui. E poi non si può interferire con l’equilibrio della Terra, è lei stessa che protegge le sue creature…

– Sì, è lei stessa che protegge le sue creature, non dobbiamo dimenticare questo particolare. Ci sarebbe meno dolore senza interferenze da parte nostra.

– Già, credo proprio di sì, l’equilibrio supremo al di là di tutto.

– Credo proprio di sì, Ermione.

– Direi che stanno agendo perfettamente in simbiosi quei due – pensò fra sé Nebula compiaciuto.

Hanno forti motivazioni entrambi. – concluse Silen.

Albanotte ed Ermione si accorsero con non poco stupore di essere entrati in contatto col pensiero del cuore della Terra. La sfera brillava di viva luce colorata, i suoi contorni erano maggiormente definiti, eppure parevano fatti di pura luce.

– Sì, amici miei, avete compreso bene, la pace che scorre nel cosmo è un modo privilegiato per rigenerarmi, l’amore che giunge dagli spazi siderali mi dà tanta pace e tranquillità, la luce delle stelle nutre il mio corpo, è per me un alimento fondamentale. Adesso però ho qui accanto due piccole stelle pulsanti che mi stanno aiutando tantissimo.

I due, stupiti più che mai contemplavano estasiati la sfera di luce.

– Ermione, hai perso la parola, non è da te. Disse Albanotte.

– Già. Rispose Ermione.

– State tranquilli – proseguì la Terra – se pensate che Ombrenere possa nuocervi vi sbagliate. Il vostro amore per le creature vi ha portato al di là delle paure terrene perché quando siete nel sonno il vostro pensiero va a far parte del cuore del creato e nel cuore del creato c’è spazio solo per le anime affini.

– Che meraviglia – disse Albanotte – però stento a comprendere il mio ruolo.

– Voi ora siete entrati in una realtà parallela della vostra vita e siete entrati in contatto con la mia realtà parallela. Vi ringrazio per l’aiuto che mi state dando, anche se voi non riuscite a comprenderlo. Il sole, la mia grande stella non ce la fa più a contrastare le ombre che si sono insediate sul mio corpo. La sua attività è persino aumentata e cerca di consolarmi donandomi tanto calore. Il calore che mi da il sole è tanta energia, mi aiuta a respirare perché spesso mi sento davvero soffocare. Il mio battito è affannoso, ma quando incontro creature come voi mi sento subito meglio.

– Perché affermi che noi possiamo esserti d’aiuto?

– È semplicemente una questione di affinità, ma non è il caso che ve lo spieghi perché lo capirete da soli. Tutte le stelle dell’universo stanno cercando di aiutarmi, e voi siete parte di questo aiuto. Per questo motivo la notte è il mio refrigerio. Ci vuole tutta per poter tollerare le pesantezze del giorno. Questo è il mio sogno meraviglioso, proprio come il vostro. Non è forse vero che anche voi vivete meglio di notte che di giorno?

– Non avrei mai pensato che anche la Terra potesse sognare – disse Albanotte.

– E perché no? Purtroppo solo parzialmente, solo metà per volta.

– Quindi una parte di te è sempre sveglia.

– Sì, purtroppo, è per questo che faccio così tanta fatica a sopportare le ombre opprimenti.

– Cosa sono per te le ombre opprimenti? – Chiese Ermione.

– Sono tutte quelle situazione che pensano di poter fare del mio corpo tutto quello che vogliono per soddisfare i loro desideri. Sapete è come si vi prendessero e non tenessero in minima considerazione le vostre naturali necessità, come il dormire, il cibarsi, il respirare aria sana. È come se stravolgessero completamente i vostri ritmi vitali. Per quanto sareste in grado di tollerare il caos nella vostra vita? Non avreste mai immaginato che un pianeta così grande potesse essere paragonato ad un corpo fisico come il vostro vero?

– Sentivamo la tua sofferenza, ma non potevamo quantificarla paragonandola alle necessità di noi comuni mortali.

– Non dimenticate che anche io sono una comune mortale, ho una vita di gran lunga superiore alla vostra. Esponenzialmente superiore alla vostra, ma non crediate che per questo le sofferenze non siano recepite dal mio centro. Pensate per un attimo soltanto che io sono in grado di percepire tutte le sofferenze delle creature che vivono su di me.

Albanotte ed Ermione sentirono una profonda tristezza.

– Avete iniziato ad intuire quello che io sento e non è poco vi assicuro, so che il vostro risveglio non è stato privo di conflitti. Vero Albanotte…

Albanotte allora iniziò a raccontare la sua storia ad Ermione, la quale ascoltava attentamente.

Raccontò del desiderio di costruire la torre, descrisse tutta la sua confusione , raccontò l’incontro con le creature animali e infine descrisse l’incontro con Silen che gli aveva aperto la strada della dimensione parallela.

Ermione ascoltò con gioia e stupore e disse – Un giorno racconterò la mia storia perché assomiglia alla tua in molti punti.

– Albanotte, amico mio, io conosco bene la tua storia, ma hai fatto bene a raccontarla perché così hai dato forza ad Ermione. Io ricordo le vostre storie perché non dovete dimenticare che fanno parte del mio corpo. Nel migliore dei casi ci sono persone che entrano in contatto con le piccole creature che vivono su di me e sentono le loro necessità, le loro sofferenze. È una cosa molto bella perché la compassione è il fondamento su cui si basa una comprensione allargata anche alle creature superiori, ma tutti siamo importanti agli occhi di Dio, anche uno scorpione rompiscatole che ti pizzica, non per inocularti il suo veleno, ma per svegliarti, vero Albanotte?

– Così ti ricordi anche dello scorpione, io non l’avevo citato nel racconto.

– È per quello che l’ho accennato io – disse la Terra

– Cos’è la faccenda dello scorpione – chiese Ermione.

– Poi ti racconterò.

– È ora che riposiate mie piccole stelle, credo di avervi stupito non poco… sento le vostre menti inquiete, sembrate una caffettiera in ebollizione.

-A te non si può nascondere nulla vero?

– No, adesso che siete entrati in contatto con me, no! Hai forse qualcosa da nascondere?

-Albanotte ed Ermione si guardarono: No, non abbiamo nulla da nascondere, lo sai meglio di noi.

– Ricordatevi però che non siete sempre nella dimensione parallela. Mi raccomando ci vuole discernimento per non rischiare di perdersi…

Come aveva ragione la Terra “discernere sempre per non perdersi” , e non era davvero facile.

“Siete le mie piccole stelle” aveva detto la Terra.

-Ermione, bisogna dire agli uomini che devono diventare delle piccole stelle per poter aiutare la Terra.

-Albanotte, sei diventato matto, pensa cosa direbbero gli uomini. Non è così che possiamo fare.

– Ermione ha ragione, non è così che potete fare e poi ormai siete esperti della dimensione parallela.

– Già, il sogno, dobbiamo agire nel mondo dei sogni.

Ormai ogni notte l’appuntamento era diventato una consuetudine e Albanotte ed Ermione si trovavano ad incoraggiare la Terra.

– Albanotte forse potrebbe dare un piccolo aiuto col fiore del passaggio. Potresti fare un dono a tutti coloro che sognano.

Potrebbe essere un buon inizio per aiutare l’accesso… sì, credo che io ed Ermione cercheremo di darti un aiuto.

La Terra li ringraziò per quanto avrebbero fatto per lei.

E così per diverse notti lavorarono febbrilmente per aiutare la Terra, la quale estasiata si godeva lo spettacolo, uno spettacolo davvero fiabesco.

Albanotte ed Ermione lavoravano in coppia ed erano molto affiatati. Albanotte portava con sé un enorme cesto colmo di viole profumate ed Ermione gli indicava capillarmente come muoversi, cioè dove e a chi portare il dono. I destinatari naturalmente erano tutti sognatori desiderosi di fare un bel sogno. Naturalmente avevano il pieno sostegno di Nebula, per quanto riguarda Ombrenere non avevano assolutamente nulla da temere perché sapevano di essere totalmente al di fuori della sua portata, inoltre avevano il totale appoggio della Terra per cui il loro successo sarebbe stato garantito.

Già, col tempo, perché comunque agivano nella dimensione parallela che sembrava non avesse riscontro nella realtà dei giorni comuni…

La Terra felice si godeva lo spettacolo, inebriata come non mai dal persistente profumo di viola che percepiva tutto attorno a sé.

– Opera compiuta – disse Albanotte – per sette notti io ed Ermione abbiamo portato il dono a tutti i sognatori che sentivamo affini. Crediamo che tutti abbiano accettato di buon grado la viola, ma credo che pochi abbiano capito che è il fiore del passaggio.

– Ci vuole tempo, ci vuole molto, molto tempo. Vi ringrazio perché avete fatto un ottimo lavoro, voi non sapete quanto. Non scoraggiatevi, quando il contadino pianta il seme, non può certo sperare di raccogliere il frutto della pianta il giorno seguente, prima deve passare una stagione. La pianta deve crescere, deve affondare sempre di più le sue radici per trovare il nutrimento ottimale per lei, poi deve mettere il fiore, quindi deve crescere il frutto e ricordatevi che per essere raccolto deve avere la giusta maturazione, quindi né troppo presto né troppo tardi… avete inteso?

– Tutto a tempo debito – disse Ermione.

– Tutto a tempo debito – fece coro Albanotte.

– Sapete il tempo è difficile comprenderlo, vedete come sono diverse le dimensioni che vivete. Il vostro desiderio di aiuto è ottimo, ma dovete anche capire le esigenze delle ombre opprimenti. Un giorno capirete che senza le esigenze delle ombre opprimenti non avrebbe senso la vita nell’ottica in cui la state vivendo ora.

– Non sarebbe allora una dimensione meravigliosa? – chiese Albanotte.

– Sarebbe ancora una dimensione diversa, dove i contrasti hanno ancora diverse sfumature… voi siete ancora in questa polarità e il vostro tempo non è ancora concluso. Calmate i vostri vagabondi pensieri, non potreste fare di più di quello che avete già fatto, neppure se lo voleste. Quello che vi chiedo è di stare sereni e tranquilli e di godervi il frutto del vostro lavoro. Così sarete d’aiuto a me e a tutte le creature perché percepiranno la vostra pace e allora capiranno molto di più di quanto potrebbero comprendere se sentissero in voi apprensione. Ricordatevi che la pace è l’unico segno che indica che voi state percorrendo la Strada.

Albanotte ed Ermione circondarono la Terra, attorno a loro tre l’aroma di viole era ancora persistente.

– Ermione non credi che sia ora di raccontare la tua storia? – disse la Terra.

– Sì, ma non questa notte, è quasi ormai passata, sta per giungere l’alba e io sono sempre la prima ad andarmene, finchè il sogno me lo concede voglio ancora nutrirmi di questo profumo.

Quell’abbraccio sembrava non terminare mai e la luce che ne derivò fu così chiara e brillante da essere percepita in tutto l’universo.

Infinite stelle quella notte vibrarono in risonanza con la Terra e i suoi grandi sognatori.

Banchetto a Corte

Quel giorno nelle cucine di corte fervevano i preparativi per un importante banchetto. Il duca aveva invitato i più importanti membri della nobiltà per una grande cena. Non erano previsti balli o discorsi ufficiali, era un invito privato. Nelle cucine comunque non si chiedevano certo il vero motivo di tale avvenimento. I servi e i cuochi erano solo preoccupati che tutto funzionasse a dovere, che le carni fossero cotte a puntino, che i vini fossero buoni e non avessero preso il gusto dell’aceto e che i dessert fossero serviti col vino più dolce. Il salone dove si sarebbe svolto il grande banchetto era di una bellezza sfavillante. Delle candide tovaglie di Fiandra coprivano il lungo tavolo. I piatti erano di squisita porcellana, la posateria d’argento e i calici di prezioso cristallo. La tavola era inoltre impreziosita da incredibili decorazioni floreali. In un tavolo a parte facevano bella mostra due composizioni. In un grande piatto d’argento era stata sapientemente costituita una piramide composta da varie qualità di frutta colorata e verdi foglie. Tutto l’insieme creava un incredibile effetto scenico. In un altro piatto vari esemplari di selvaggina arricchiti da piume di pavone davano un’idea di grandiosità e costituivano la copia cruda delle carni che i convitati si apprestavano a consumare. Tre bimbetti, figli dei servi di cucina, sbirciavano dalla porta d’accesso del salone. Avevano gli occhi stralunati. Inoltre il salone brillava letteralmente a partire dal pavimento, agli specchi, ai lampadari e agli oggetti decorativi, segno della grande accuratezza adoperata nelle pulizie. Un cuoco li vide e li mandò via repentinamente
– Chi vi ha dato il permesso di venire qui, monellacci, guai a voi se ci riprovate, non è per voi questo posto. – I bimbi fuggirono in volata.
Cominciarono ad arrivare le prime carrozze con i più blasonati nobili del paese e fra il popolo serpeggiava una grande curiosità. Si vedevano nobili dame altezzose con preziosi e accurati vestimenti. Scendevano dalle carrozze con boria e a fatica degnavano a malapena di uno sguardo infastidito quei poveri cenciosi che si accalcavano intorno, incuriositi da quel grande avvenimento. Visi sporchi, sembravano spazzacamini, ma occhi vivi, intelligenti, meravigliati. Dimostravano di essere felici perché quel giorno sarebbero riusciti a vedere da vicino la nobiltà. Naturalmente erano tenuti a debita distanza dalle guardie. Quanti occhi stupiti, bocche spalancate, erano felici come non mai. Quello spettacolo durò parecchio tempo, alla fine si potevano contare diciotto carrozze. I poveri abitanti della zona avevano assistito a un grande avvenimento. Quella sera erano felici. Alcuni si erano avvicinati alle cucine per sapere cosa avessero mangiato i nobili, ma rimasero delusi quando una guardia li mandò via. Il gruppetto si disperse e molti tornarono alle loro case, altri tra cui i tre ragazzini che avevano sbirciato la sala da pranzo reale, vollero restare lì tutta la sera per vedere ancora una volta quei grandi signori e quelle splendide dame. Se occorreva sarebbero stati svegli tutta la notte. Le carrozze comunque avevano l’ordine di tenersi pronte e i cocchieri debitamente istruiti non osavano allontanarsi.
Le ore passavano e i cocchieri ad uno ad uno piombavano dalla stanchezza seduti al loro posto di guida. Il gruppetto era sempre attento e non si voleva perdere nulla dell’avvenimento. Dalle alte finestre della sala da pranzo reale giungevano suoni confusi, risate fragorose, musiche allegre. Col passar del tempo la confusione sembrava aumentare, le risate erano sempre più sguaiate e le musiche sempre più malinconiche. I bimbi ansiosi scrutavano tutto con curiosità. Era quasi l’alba quando la musica, che peraltro sembrava sempre più annoiata, all’improvviso cessò. Poco dopo si aprì il grande portale ed ecco finalmente apparire i grandi nobili. Non sembravano più quelli di prima. Si sentivano risate volgari miste ad acidi rimproveri proferiti dalle nobildonne. Quasi tutti gli uomini si poteva ben capire che erano ubriachi fradici e le consorti che tentavano disperatamente di mantenere una qualche sorta di decoro erano molto deluse dai mariti. Dalle loro immagini imbellettate traspariva comunque una grande amarezza. I cenciosi ragazzini erano molto divertiti da quelle succulente scenette e pensavano che il giorno dopo avrebbero avuto di che raccontare a tutto il paese. Alcuni uomini poi sembravano proprio dei maiali, ridevano sputavano e dicevano delle volgarità così disgustose da far avvampare di rossore persino i cocchieri presenti. Per non parlare delle mogli che erano a dir poco furibonde. E ognuna in cuor suo già meditava vendetta. I bimbi ridevano e si vergognavano in vece del comportamento abominevole di quegli uomini. Quando l’ultima carrozza partì stava spuntando il sole. I bambini crollavano per il sonno ma erano ansiosi di raccontare ciò che avevano visto quella notte. Nelle cucine intanto riprendeva il lavoro per i servitori che dovevano riordinare il grande salone, che aveva un aspetto a dir poco disgustoso. La grande tavolata che aveva visto tanti ospiti illustri sembrava un campo di battaglia. Ovunque calici rovesciati con vistose macchie di vino rosso sulle candide, ma solo in origine, tovaglie di Fiandra. Avanzi di carne ovunque anche in terra. Le due grandi composizioni di frutta e selvaggina sembrava fossero state oggetto di un diabolico tiro a segno. Giacevano rimasugli di tutto un po’, in ogni dove della grande sala. C’erano persino avanzi di crema dolce sul grande lampadario di cristallo. In un angolo nascosto poi c’era il risultato di un grosso disturbo di stomaco occorso a qualcuno dei presenti; emanava un discreto fetore. I poveri servi rimasero allibiti. Per la prima volta in vita loro assistevano ad un tale scempio. C’erano spesso dei banchetti ufficiali, ma un tale comportamento non si era mai verificato. I bambini intanto si davano d’attorno per informare tutti quelli che vedevano, di ciò a cui avevano assistito. Ma la gente era incredula, era convinta che i ragazzini volessero burlarsi del duca e quasi nessuno credeva ai loro racconti. Solo dopo due giorni il duca si riprese da quella cena tra amici

Checco

Era stata una lentissima, inesprimibile agonia…

Un giovane gabbiano era rimasto vittima di un cacciatore.
Quel giorno, già alle prime luci dell’alba, nascosto da folti cespugli, immobile, il cacciatore scrutava il cielo.
Quello che si udì fu il primo ed unico sparo della giornata. Il pentimento del cacciatore fu improvviso perché non tardò a rendersi conto di aver colpito un’inutile preda. Un gabbiano stava cadendo rovinosamente a terra, le grida di dolore fecero rabbrividire il cacciatore.
Il cane ammaestrato partì alla ricerca. Poco lontano dalla postazione, in una vasta radura, giaceva il gabbiano. Era rimasto completamente privo dell’ala sinistra, solo un moncherino insanguinato spuntava appena, andando a tingere abbondantemente di rosso le piume del petto. Oramai era evidente che quel povero gabbiano non avrebbe mai più potuto volare. Il cane abbaiava e lui col becco spalancato lanciava grida strazianti. Il cacciatore restò colpito dalla visione di quel volatile ferito e richiamò il suo cane. Non aveva il coraggio di abbattere quel povero animale e proprio in quel preciso momento capì che avrebbe definitivamente abbandonato il suo fucile perché mai più sarebbe riuscito a premere il grilletto.
S’imponeva però una decisione, quel giovane gabbiano non poteva restare lì, sarebbe morto comunque di fame o sarebbe rimasto vittima dei predatori notturni.
Un’idea prendeva corpo nella mente del cacciatore, forse una scommessa con se stesso, e se fosse riuscito ad addomesticarlo?
Davanti alla sua casa di campagna un grande cortile recintato avrebbe potutocostituire un sicuro riparo. La condizione necessaria era una possibile convivenza col suo cane. Charlie infatti viveva in perfetta armonia con gli animali domestici, ma con un gabbiano le difficoltà avrebbero potuto essere insormontabili.
Il povero gabbiano contorceva con angoscia il moncherino dell’ala tentando contemporaneamente con l’ala destra di librarsi in volo. Gli sforzi compiuti provocavano indicibile dolore. Aveva però notato, il cacciatore, che da quello che restava dell’ala sinistra il sangue pareva coagularsi rapidamente. Sì, avrebbe tentato! Forse il gabbiano sarebbe sopravvissuto.
Nella sua fattoria un’enorme vasca d’acqua ospitava un vivaio di trote…forse…
Si avviò verso casa e subito si accorse che Charlie stentava a seguirlo, continuava a guardarsi indietro nella direzione del volatile, poi guardava il suo padrone. Charlie non capiva l’evolversi della situazione.
Il cacciatore e il cane lentamente lasciarono la radura. Le grida del volatile diminuivano d’intensità mano a mano che i due si allontanavano.
In breve arrivarono alla fattoria. L’uomo si avvicinò alla vasca delle trote, ne prese alcune col retino, le mise in un sacchetto e si indirizzò col suo cane alla volta della radura.
Charlie seguiva il suo padrone con un certo stupore. Quando giunsero alla radura il povero gabbiano giaceva a terra spossato. Non appena, però, si accorse dei due si rizzò sulle zampe malferme e cominciò a lanciare urla di dolore. L’uomo prese una piccola trota e tentò di avvicinarsi, ma il gabbiano impaurito si allontanò, allora il cacciatore lasciò cadere il pesce vicino al volatile e indietreggiò. Charlie che aveva capito essere una situazione anomala si era sdraiato discretamente al bordo della radura lasciando piena libertà d’azione al suo padrone.
Il gabbiano attratto dall’inconfondibile aroma del pesce e ricordandosi all’improvviso di essere affamato, dimenticò i forti dolori e s’avvicinò alla trota ingoiandola avidamente. Il cacciatore tirò un sospiro di sollievo, dentro di sé sapeva che il suo piccolo progetto sarebbe andato a buon fine. Prese un’altra trota lanciandola al gabbiano, ma questa volta la distanza tra loro era diminuita. Ancora una volta il gabbiano ingoiò la comoda preda. La paura iniziale pareva sensibilmente diminuire. Il cacciatore con un ampio stratagemma iniziò ad avviarsi verso casa preceduto da Charlie. Durante il cammino lasciava cadere una trota dopo l’altra. Il gabbiano aveva preso ad inseguirli. Passo passo, lentamente arrivarono a casa seguiti a distanza dal gabbiano.
Finalmente il volatile ferito era al sicuro entro il recinto della fattoria.
Charlie faticava a comprendere la dinamica degli avvenimenti, ma sapeva in cuor suo che avrebbe rispettato qualsiasi decisione del suo padrone.
I giorni passavano e il moncherino ferito si rimarginò perfettamente. Il dolore fisico provocato dallo sparo si attenuò notevolmente, ma un altro dolore, più opprimente si era impadronito di lui.
Charlie nutriva una sorta di timore reverenziale nei riguardi del gabbiano, anche se ora aveva capito che sarebbe diventato un ospite fisso della fattoria.
Sensazioni conflittuali opprimevano il cuore di Checco, questo era il nome dato al povero gabbiano. Un insopprimibile istinto di libertà dominava i suoi sensi. Era divenuto il beniamino della fattoria, guardato con rispetto dagli altri animali, quasi fosse un ospite illustre venuto in visita di cortesia.
Checco sapeva di essere al sicuro, sentiva attorno a sé un profondo rispetto, ma non riusciva a sentirsi uno di loro, faticava a prendere confidenza, costretto a vivere in un mondo non suo.
Fu quello un periodo strano per la fattoria.
Gli animali onorati da quell’insolita presenza si erano fatti più ricettivi partecipando all’agonia del gabbiano.
Quel dolore così opprimente, insopprimibile, pareva farsi scherno di lui. Il suo sguardo era costantemente rivolto al cielo. Il suo elemento gli era stato negato. Dentro di lui si era fatta strada la consapevolezza che avrebbe potuto riprendere a vivere solamente se fosse riuscito di nuovo a volare e allora decise che avrebbe perseverato nei suoi tentativi.
Come un’autentica anima in pena, il gabbiano prendeva la rincorsa percorrendo l’ampio cortile con tutto il fiato che aveva in corpo e contemporaneamente tentava di spiegare le ali. Tutti i suoi sforzi erano tesi a potenziare i movimenti del moncherino sinistro e subito dopo dell’ala destra, ma dopo aver percorso in estenuanti tentativi svariati metri, si vedeva costretto, spossato, a rinunciare.
Poteva alzarsi dal suolo solamente per pochi centimetri. Si guardava in giro, poi alzava gli occhi al cielo, non era accaduto nulla, lui era sempre lì, nel cortile della fattoria.
Incontrava a volte gli sguardi compassionevoli di Charlie e degli altri animali, si sentiva colpevole di questa loro tristezza perchè sapeva che partecipavano al suo dolore.
Fatto sta che il tempo passava e il gabbiano era sempre lì a tentare di spiegare l’ala e il piccolo moncherino.
Inesorabilmente ogni tentativo falliva sul nascere, alla fine si ritrovava spossato con gli occhi fissi al cielo e il cuore che batteva sempre più forte.
Non riusciva a trovare pace e nemmeno equilibrio. Il suo insopprimibile istinto di libertà non gli dava tregua.
Quest’agonia si protrasse per mesi. Le ore del giorno erano quasi interamente impiegate in questi vani tentativi.
Poi sopraggiunse il miracolo.
Il gabbiano aveva interamente esaurito le sue forze, aveva capito che mai più avrebbe potuto volare, per quanto il suo desiderio fosse grande, la realtà gli aveva impedito una vita normale.
Fu allora che subentrò la rassegnazione, se ne stava in disparte e osservava tutto quello che accadeva.
La sua postazione preferita era situata su un grosso ceppo di gelso presso il quale il cacciatore aveva appoggiato una piccola scaletta per permettere al gabbiano di potervi accedere.
Così, se ne stava lassù, di vedetta. Le sue piume in origine candide avevano assunto un colore grigio opaco.
Il ricordo dei tuffi in mare era sempre più doloroso, quelle sublimi sensazioni che provava quando il suo agile corpo penetrava la superficie marina parevano appartenere ormai ad un altro mondo.
Ricordava il tempo passato a cullarsi sulle onde del mare con gli occhi volti a scrutare il fondo marino.
La sola acqua che poteva assaporare adesso era quella elargita dal cielo. Nelle giornate, ahimè rare, di pioggia, rinnovava il ricordo del suo mare tendendo quanto più poteva l’ala e il moncherino tanto da immergersi nella pioggia che cadeva e protendeva il capo verso l’alto, spalancando il grosso becco.

Quel giorno ristorato dal ricordo del mare si beava alla vista di uno splendido arcobaleno. Guardava in alto, invidiava il volo dei gabbiani consolandosi però al richiamo dei loro gridi.

Era sceso dal vecchio ceppo del gelso deciso a sgranchirsi le zampe con una corsa per l’aia deserta. Ora se ne stava lì, spossato in mezzo all’aia, dopo averla percorsa infinite volte in lungo e in largo. Lo sguardo calamitato dallo splendido arcobaleno, il capo volto al cielo. Osservava estasiato lo stormo di gabbiani che sorvolavano la fattoria, da tanto tempo non ne vedeva così tanti. Pensava alla loro grande fortuna che forse neppure comprendevano.
All’improvviso gli balzarono alla mente tanti ricordi.

Ora riviveva i momenti in cui volava così in alto da confondersi nell’azzurro del cielo e nella luce del sole. Ricordava le note abbattute sulla roccia del mare e la dolce cantilena che sprigionavano per il sonno dei gabbiani. Ricordava le notti in cui dormiva sugli scogli e ripensava a quei momenti in cui le onde si abbattevano con tale vigore da svegliarlo. Rivedeva il riflesso talvolta accecante della luna e le sciabolate di luce che rifletteva sul mare.
Ora nelle notti di luna piena il riflesso argentato si specchiava sulla vasca delle trote e creava lunghe ombre nell’aia, lui se ne stava sul ceppo del gelso, come un lupo che ulula alla luna, adorava le luci del firmamento e poi stanco di fantasticare, colto dal sonno, volava nel mondo della notte.

– Checco, Checco, via di lì – la moglie del cacciatore urlava con tutto il fiato che aveva in corpo.
Charlie prese ad abbaiare disperatamente. Ma Checco non udì urlare il suo nome e non sentì il cane abbaiare.
– Fermati, ferma il trattore, c’è Checco – il cacciatore assordato dal motore del trattore non distinse i richiami pressanti. Era entrato in retromarcia nell’aia, deciso a portare il trattore al riparo sotto il fienile…

Finalmente Checco si sentiva rinato, delle possenti ali candide portavano in alto il suo corpo leggero. Quelle brutte piume grigie erano scomparse, il suo piumaggio era splendido. Lo stormo di gabbiani lo accolse con lunghi gridi. Checco si era risvegliato, aveva dormito un brutto sonno, ora si guardava intorno e gli sembrava di essere il gabbiano più bello. Guardò laggiù verso l’aia.
Charlie guaiva di dolore e la povera donna piangeva. Il cacciatore aveva colto il corpo inanimato e accarezzava con estrema dolcezza le piume grigie e il piccolo moncherino, poi guardava in alto verso quello stormo di gabbiani che sorvolavano la fattoria all’ombra di quell’insolito grandioso arcobaleno.
Con voce malferma rivolto alla moglie, disse – Guarda quanti gabbiani, sembra siano venuti a prendere Checco –

Checco volava felice, si sentiva leggero, trasparente. L’azzurro del cielo e la dorata trasparenza della luce del sole costituivano per lui un nuovo alimento. Ora guardava i gabbiani prendere varie direzioni, era rimasto solo a volteggiare sulla fattoria. Scrutò un’ultima volta l’aia e lanciando un forte grido di gioia si diresse con decisione verso il punto più alto dell’arcobaleno.

– Guarda come vola in alto quel gabbiano! Mi sono chiesto molte volte a cosa potesse pensare Checco quando stava tanto tempo a scrutare il cielo sopra il tronco del gelso – disse il cacciatore.
– Forse avrà sognato di volare verso un arcobaleno, povero Checco, forse avrà sperato fino all’ultimo che il suo sogno impossibile potesse realizzarsi! – rispose la moglie accarezzando con tenerezza Charlie che per tutta risposta all’improvviso prese ad abbaiare festosamente in direzione dell’arcobaleno